Recensione a cura di Federica L. Mattei

 

“Legittimarsi a un confronto non è sempre la strategia migliore quando non si hanno le forze per sostenerlo.”

Si apre così il racconto che vede l’avvocato Venezuela seduto al tavolo di un ristorante nel centro di Madrid in compagnia di Katia, una ragazza appena conosciuta.
Gli episodi narrati subiscono continue virate, ad opera di un narratore onniscente che ci porta avanti e indietro nella vita del protagonista, riacciuffando dal baule dei ricordi vicende appartenenti al suo passato ovvero aneddoti, eventi e tragedie della sua giovinezza. Attraverso questo resoconto di vita, Katia si forma l’immagine dell’avvocato Venezuela come di “un uomo che non riflette troppo, se non per niente, sulle conseguenze dei propri gesti”.
È un raccontare in cui confluiscono pensieri, valutazioni e nevrosi, manifestate e chiare, attraverso una forma linguistica priva di fronzoli, diretta, e “a tratti esasperata”.
L’avvocato Venezuela possiede un “handicap sociale”, è uno sconclusionato emotivo, privo di regole e di buon gusto, divoratore seriale di fattezze femminili. O almeno lo è stato.
Poi la svolta, un percorso personale e solitario che lo porterà a una consapevolezza, necessaria ma spietata, dalla quale non potrà salvarsi.

La scrittura di Savastano possiede una lucidità consapevole, è ironica e a tratti aggressiva. Credo che l’autore abbia voluto sovvertire volutamente, la forma del suo narrare, riuscendo appieno nel tentativo, al fine di creare delle nuove prospettive emotive e orizzonti narrativi differenti.

“Quanto in profondità può scavarti un’emozione? Quando una sensazione smette di essere un’emozione? Quando viene sopraffatta dal potere del pensiero. Artificiale e prepotente.”

Stefano Savastano è nato a Busto Arsizio nel 1973; si è formato in cinematografia e comunicazione al Dams di Bologna e all'Università Complutense di Madrid. Lavora come consulente per la produzione cinematografica e come autore di testi per la comunicazione. La virtù breve è il suo primo romanzo.