Scritto da Federica L. Mattei

 

Diversamente dai modelli di concettualizzazione riguardanti i vari tipi di memoria, volendo affrontare un discorso sul linguaggio, la prima cosa da chiarire è l’impossibilità di parlarne in modo definitivo e esaustivo. Quello che si può fare è offrire le proprie conoscenze e i personali pensieri traghettandoli dal bagaglio mnemonico (per l’appunto) alla carta (digitale).
Ma come funziona la memoria e qual è la relazione esistente tra memoria e linguaggio?
Secondo il modello di Atkinson e Shiffrin (1968), esistono tre tipi di memoria: la memoria sensoriale, la memoria a breve termine  (MBT) che contiene e trattiene le informazioni per pochi secondi e fa da collante tra la memoria sensoriale e la memoria a lungo termine (MLT) che, invece, è una sorta di archivio in cui vengono immagazzinate le informazioni. La MLT è suddivisa in: memoria esplicita (o dichiarativa), memoria implicita (o procedurale). La memoria dichiarativa comprende ciò che il soggetto descrive consapevolmente ed è a sua volta suddivisa in episodica, semantica e autobiografica.
Baddeley e Hitch nel 1974 ripresero e elaborarono la precedente teoria dando forma al modello della working memory (WM) o memoria di lavoro. In realtà, la memoria di lavoro altro non è che una forma di memoria a breve termine che ospita una piccola quantità di informazioni per un tempo molto limitato. La memoria di lavoro elabora le informazioni in entrata nel momento in cui si eseguono dei compiti cognitivi quali, nello specifico, scrivere e parlare.
Dunque, ricordare e creare sono processi collegati e, se è vero che lo scaffale mnemonico a lungo termine è la dispensa da cui si attinge, è altrettanto certo che è quella a breve (brevissimo) tempo a consentire all’individuo di dare forma al linguaggio. Le parole, le frasi e la lingua si producono nell’immediato, in quel presente che in pochi secondi (circa 6 o 7 stando alle ricerche in proposito) diventano passato.
È interessante notare che mentre scriviamo una frase abbiamo bisogno di tenerla a mente (ricordarla) per poter proseguire con la seguente parte del concetto. La stessa cosa succede quando ascoltiamo una persona parlare. Affinché si possa ricostruire il contenuto espresso, letto o ascoltato dobbiamo necessariamente ricordare ciò che è stato detto o letto. Di questo rapporto tra passato recentissimo e parola ne indagò già Sant’Agostino nel 394 d. C.
Tenere a mente ciò che si sta ascoltando o leggendo è una precondizione necessaria affinché ci sia la comprensione del contenuto. Inoltre, se non tenessimo a mente l’intera struttura della frase mentre la scriviamo/leggiamo non saremmo in grado di completarla/comprenderla. Gran parte delle parole che utilizziamo finiscono per depositarsi nella MLT che, al contrario di ciò che si pensa, ha una capacità limitata e contenuti personali. Nessuna memoria a lungo termine può essere ritenuta contenutisticamente identica a un’altra. Si tratta di un luogo non luogo soggettivo, simile soltanto tra le persone appartenenti allo stesso nucleo familiare il quale ha sviluppato nel corso del tempo un “linguaggio famigliare” riconoscibile (o dialetto). Per “familiare” intendo una cerchia ristretta (ristrettissima) di persone con le quali si è condiviso un certo tipo di linguaggio, legato a aneddoti passati, a deformazioni infantili e così via.
Ad ogni modo, se da una parte esiste un piccolo bagaglio di parole condivise col proprio gruppo familiare/sociale, dall’altra trova spazio un nucleo di vocaboli, poche migliaia, che ci consente di comunicare con gruppi di persone culturalmente e socialmente lontani dal nostro. Sia le parole comuni che quelle più distanti dal nostro personale vocabolario, sono il frutto di una tradizione tramandata, atti comunicativi che appartengono al nostro passato, e al passato ci collegano.
Ma c’è ancora di più.
Abbiamo citato la memoria a lungo termine raffigurandola come una scaffalatura ricca di vocaboli, migliaia o decine di migliaia a seconda del grado di cultura personale. Ebbene, pensare a questo magazzino linguistico come a qualcosa di statico è del tutto riduttivo, oltre che errato. Tale magazzino è il nostro cervello che è, in realtà, un insieme dinamico di connessioni di miliardi di neuroni che tutto sono fuorché statici.
Nell’uso quotidiano, le parole si connettono tra di loro perché affini per forma, genere o prossimità, ma anche sulla base delle esperienze pregresse. È una connessione semantica di vocaboli che ne richiamano altri; pezzi di un materiale definito mema ovvero l’unità funzionale della nostra memoria. Tali memi fungono da collante tra la nostra memoria, il nucleo familiare, il gruppo sociale fino all’insieme più ampio che costituisce una nazione. A una lingua, ai suoi suoni, ai suoi significati è affidata la memoria identitaria di un popolo.
Le parole sono radicate nel nostro passato, ma consentono un continuum linguistico col presente e il futuro (immediato e non), dal momento che le parole di cui disponiamo diventano le istruzioni per le azioni da compiere, per i progetti futuri.
Passato, presente e futuro prendono e danno forma alle parole: che nascono e si strutturano, si consolidano e si tramandano rendono l’uomo l’essere comunicativo che è.