Recensione a cura di Federica L. Mattei

“L’indomani mattina Giovanna fu la prima a svegliarsi: dal vetro infisso nella porta penetrava un roseo barlume d’aurora, e nel silenzio mattutino si udivano garrir le rondini.
Appena svegliata, la giovine provò un senso di dolcezza, ma tosto le parve che un rombo di tuono fortissimo l’avvolgesse. Ricordava.
Quel giorno doveva decidersi il destino del suo sposo.”

Quella che ci racconta la Deledda è la storia di un amore contrastato tra il contadino Costantino Ledda e la giovane Giovanna Era, sposati e subito divisi da una condanna, pesante e ingiusta, ai danni dell’uomo. Lui, recluso e avvilito, decide di mantenere vivo il rapporto con la sua sposa attraverso una “costosa” corrispondenza:

“Durante l’ora d’aria Costantino poté conoscere un suo compatriota, un sardo, che veniva chiamato il re di picche (grassetto mio in sostituzione al suo corsivo) forse perché aveva una figura triangolare, con un grosso corpo e due piccolissime gambe sottili; paffuto, pallido, si faceva radere i capelli in modo da parere calvo. (…) Egli era addetto all’ufficio degli scrivani; potendo quindi comunicare con l’esterno favoriva certe corrispondenze clandestine dei condannati coi loro parenti, e riusciva ad introdurre nello stabilimento danari, tabacco, francobolli, liquori, profittandone largamente.”

Ebbene, i tentativi del recluso di mantenere un contatto con la sua sposa, e con un mondo chiuso fuori al quale è stato sottratto all'improvviso, viene reso vano dall’intrepido Brontu Dejas che prende in sposa Giovanna, resa libera dall’accesso alla pratica del divorzio. Tuttavia, sarà un matrimonio molto breve grazie alle simmetrie situazionali, alle quali la Deledda fa spesso ricorso, per cui il giovane Dejas avrà in eredità la stessa sorte del padre, e Giovanna un destino diverso.
La trama di questo romanzo, che si può definire etnografico, prende forma in un periodo storico decisamente importante ovvero quello in cui si affaccia la proposta di legge sul divorzio. La Deledda, al fine di adeguare il romanzo al quadro normativo, benché fosse rimasto inalterato negli anni, lo revisionò nel 1920 (la prima stampa risale al 1902). Questa rivisitazione in realtà porta in sé e con sé molto di più; la Deledda scrisse e pubblicò questo romanzo in seguito a degli importanti e definitivi cambiamenti avvenuti nella sua vita ovvero il matrimonio con P. Madesani e il trasferimento definitivo a Roma, le cui sofferte ripercussioni possono essere rintracciate nei tratti malinconici e severi dell’ingiusta reclusione del personaggio. Inoltre, v'è una forte ambivalenza tra la denuncia di un’evoluzione normativa, di un passo enorme verso il riconoscimento di un diritto e, di contro, il forte legame alla tradizione, in questo caso sarda, sia nell’uso del linguaggio che nelle descrizioni dettagliate dell’entroterra isolano:
“C’era un bosco di soveri* (*quercia da sughero, n.d.C.), di cisti e di corbezzoli; su questo pareva fosse piovuto del sangue. E un odore, caro mio, un odore così forte che pareva di tabacco. Bada, c’è una croce sopra una pietra; si vede il mare lontano.”
“Faceva freddo; non spirava vento, ma l’aria era tagliente, e un silenzio indescrivibile regnava nella grande valle selvaggia, accresciuto, anziché rotto, dalla voce monotona di qualche torrente. L’erba invernale, corta e d’un verde intenso, incipriata di brina, copriva le chine di qua e di là dai sottili sentieri bruni; il musco umido odorava sulle rocce, e le macchie verdi stillavano brina: una freschezza ringiovaniva la valle; ma i radi alberi contorti e brulli sorgevano, a grandi intervalli, come eremiti nudi, espostisi per penitenza al freddo e alla luce dell’aurora. Nei seminati la terra era nera, umida; e la linea delle muricce, lunga, infinita, coperta di musco, saliva e scendeva serpeggiante: guardata dall’alto sembrava un enorme verme verde.”

Ascolto una melodia potente sprigionarsi da queste descrizioni. Periodi lunghi, ricchi di segni d’interpunzione che, tuttavia, non gravano sulla rappresentazione scenografica, non appesantiscono la narrazione ma ne definiscono il ritmo e l’intensità.
Un ultimo sguardo lo volgerei sul “finale aperto”, molto lontano da quello riportato nel testo dell’Epilogo che trovò De Michelis quarant’anni dopo l’edizione inglese del 1905, per la quale tra l'altro era stato esplicitamente richiesto un happy end. Nella versione rivisitata nel 1920 mancano alcune pagine di apertura che riportavano una citazione dal Vangelo: “E dopo che l’avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo”. (dal Vangelo di Luca, XVIII 34), che tuttavia, nonostante il taglio al testo, sono in qualche modo riprese, e mal velate, nelle pagine del romanzo:
Quei cani rabbiosi ti hanno preso e legato, e non ti lasceranno più andar via. E la nostra casa resterà deserta, e il letto sarà freddo, e la mia famiglia andrà dispersa. Bene mio, agnello mio, tu sei morto per il mondo, così siano morti coloro che ti hanno legato!”

Nonostante la Deledda abbia tolto tale epigrafi dal romanzo, e in alcuni tratti ne abbia modificato la trama così come pure il titolo originario, le caratteristiche psicologiche dei personaggi e alcuni passaggi denunciano una forte presenza di caratteri cristiani.

Grazia Deledda

 

 

 

 

 

 

 

Credo che ci sia ancora molto da scoprire e da comprendere delle opere di questa scrittrice così ingiustamente trascurata così come credo che questa edizione, pubblicata da Studio Garamond, marchio di Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo (curata da Renato Marvaso e presentata da Aldo Maria Morace), non sia stata soltanto ben fatta ma anche necessaria.