Recensione a cura di Federica L. Mattei

“A te, che ho tenuto alla fine e che sei l’Inizio. A te, che mi hai preso rotto senza preoccuparti di quanti fossero i cocci. A te, che mi stai insegnando un respiro alla volta che non ci sarà mai abbastanza pioggia per un ombrello ben costruito.”

Inizio dalla fine, dai ringraziamenti che ho amato quanto i racconti, quattordici in tutto, attraverso i quali Graziano Gala racconta la vita guardando oltre il visibile, la superficie, l'immaginabile.
Per cominciare, l’Applauso a un uomo che non si arrende al suo presente, che scavalca a mani nude il muro di un destino che sembra inevitabile, come a voler dare concretezza alla convinzione che le passioni, per quanto indebitamente sottratte, riescano a farsi strada ugualmente insinuandosi tra delle fessure piccolissime, tra le crepe di ciò che si è deciso di non abbandonare:
“Le mani che scivolano sul bianco un po’ ingiallito dei tasti, poi più calde, certe, tranquille. I topi, i senzatetto, gli avventori dei locali in chiusura che si fermano ad ascoltare. (…)
Sui balconi, dalle finestre, qualche curioso. Poi qualche altro. Poi sempre di più, compresa una volante. Il cuore che pigia i tasti, la mano che frena i battiti – e sono troppi, e Marco non sa se è in grado di reggerli – il pubblico, impigiamato, che ascolta. Una vecchia, dal balcone, che fa battere ritmicamente i due palmi delle mani.”

E poi c’è Maimondo Ruccellai, un uomo che ha sempre tentato di contenere l’acqua, di domarla, arginarla, deviarla e che d’improvviso si ritrova sommerso:
“L’acqua, la stessa acqua che gli aveva dato da mangiare prima e lo aveva arricchito poi, si stava improvvisamente riprendendo tutto.”

E quel buffo di Goffredo Rubagozzi che nel paese Orologi, in qualità di capo condomino, gode del privilegio di essere esente dal pagamento dell’elettricità e che, a un certo punto, si ritrova al buio, un buio impraticabile, disarmante e spaventoso.
In Recumèterna si racconta di un paese senza vita, Tulino, dove una vecchia ha fatto della morte e dei funerali quasi un mestiere, una missione di soccorso allo sconforto. Una “piangimorti”, un becchino e un prete che si ritrovano, loro malgrado, a fare i conti con la disillusione delle proprie aspettative.

“Stava morendo Tulino, e di fretta. Nessuna nascita, nessun matrimonio, neanche qualche sparuta convivenza: qui si veniva soltanto a finire.”
(…)
“Calma. Non è ancora mezzanotte. E si fingeva calma RoSara, si fingeva calma, ma ribolliva nelle ossa stanche e decrepite. Come mai tanto inspiegabile ritardo, come mai tanta titubanza nel regolare svolgersi degli eventi?”
(…)
“Che sudata, stasera, ecco, per arrivarne a capo. Una corsa. La vecchia che si precipita, a suo modo, verso una macchina certamente portatrice di notizie – e son venti metri concitati, ve lo giuro, perché a ottant’anni suonati anche venti metri richiedono il loro tempo.
Avvicinandosi, nessun morto. Anzi due giovani. Sanissimi. Sorridenti. Un Ridolfo sorpreso e imbarazzato. Il fiato corto, della vecchia. La fronte del becchino più lucida del solito.
I neon, sullo sfondo, con la loro luce da fermo in questura.”

In La figlia di Blasi, alcune lavatrici/asciugatrici prendono possesso di vissuto e sentimenti, di pensieri e di desideri attraverso la mente del proprietario, Goffredo Mammoni. È come se la lavanderia fosse un paese e i macchinari i suoi abitanti e, come in una piccola comunità, anche in questo posto non manca nulla, nemmeno la comprensione di-e-per la fine, o i cuori straziati dall’addio:
“Completiamo tutti il nostro compito: le operatrici finiscono di lavorare, gli asciugatori di asciugare, io di piangere.”

Dunque, un uomo che strappa ai condomini del suo palazzo le poche certezze coltivate a fatica, situazioni al limite del grottesco in cui chi-salva-chi lo si capisce solo a ridosso delle ultime battute; personaggi che sopravvivono all’estraneità di un luogo che è anche – o soprattutto –  un luogo interiore.
E poi ancora, avanzando tra le pagine, l'autore si muove in modo che vengano palesati, con puntualità e consapevolezza, tutti quei buoni sentimenti non ereditati ma conquistati a suon di tenacia e necessaria rettitudine, come pure le cose perdute con rammarico e quelle perse per sana volontà:
“Sedici anni dopo, un uomo, ritrova il suo sorriso. E il suo sorriso è una tazza, una busta di cartone, un biglietto aereo pizzicato dal caffè. E il suo sorriso, questa volta, non si può più sequestrare.
Entrate pure nel locale, in attesa di confisca: sessanta metri calpestabili, due chiodi dentro al muro, un chiavistello arrugginito, due fornelli d’emergenza, del vento alle finestre.
Entrate vi dico: non vi aspetta più nessuno.
Solo due sedie, innamorate, sul ciglio della strada.”

La mia impressione è che Gala riesca, senza alcuno sforzo, a dare forma alle particelle emotive che fluttuano nella vita di ciascuno di noi: le condensa, gli conferisce corposità, vita e movimento. Adopera sapientemente ironia, empatia e circostanze rimanendo sempre lontano dalla retorica e dalla polemica. Offre uno sguardo alle cose che è pulito, protetto dalle impurità che, nostro malgrado, ci minacciano costantemente e lo fa avvalendosi di una scrittura melodiosa e asciutta, serena, densa ma mai pesante.
Non credo di discostarmi troppo dalla verità affermando che quella di Gala sia la migliore raccolta di racconti finora scritti da un esordiente, un mixage (ben riuscito) in cui sono amalgamati l'ottima scrittura, la potenza dei contenuti e uno sguardo attento e consapevole sul mondo.

(Illustrazione di copertina "The cimitery of umbrellas II" di Stefano Bonazzi.)

 

 

 

 

 

Graziano Gala nasce a Tricase il 19 settembre 1990. Vive a Milano, dove insegna Lettere in un Liceo delle scienze umane. Nel 2012 vince il premio “Lo scrivo io”, indetto da “La Gazzetta del Mezzogiorno” nella sezione poesia. Il suo racconto “Variabili impazzite”, viene inserito nella collana “Chi semina racconti 2”, curato dall’associazione “Tha Piaza Don Chisciotte”. Nel 2013 vince il premio speciale della giuria nel “Premio internazionale di cultura” indetto dall’AEDE (Association Européenne des Enseignants). Due suoi racconti vengono selezionati nel bando “Bollenti spiriti”, indetto dalla Regione Puglia, dando origine al volume collettaneo “Parole battute”. Si qualifica terzo al “Premio Nazionale Bukowski” di Viareggio. Nel 2016 il suo racconto “Sabotare il silenzio”, viene pubblicato in un’antologia edita da “Testi&Testi” e vince il premio “Carlo Cultrera”. Nello stesso anno un suo racconto viene selezionato dall’associazione “Onalim” e letto durante la Piano City Milano 2016 e nella scuola di scrittura “Belleville”.