Scritto da Federica L. Mattei

 

Il linguaggio si è sviluppato molto prima della scrittura e data la sua forma non tracciabile, ciò che ne caratterizza le origini sono solo ipotesi.
Da un punto di vista della teoria divina, cercando di spiegarne la natura, intorno al 600 a. c. furono fatti degli esperimenti di deprivazione linguistica su dei neonati poiché si pensava che crescendo senza ascoltare nessuna lingua, i bambini avrebbero comunque parlato la lingua originaria donata da Dio. Tale teoria è stata smentita in tempi relativamente recenti da quei dati empirici secondo cui i bambini vissuti senza alcun contatto con il linguaggio umano, non ne sviluppano alcuno.
Una seconda teoria sullo sviluppo del linguaggio prende in considerazione i suoni naturali sostenendo che le prime parole, quelle più primitive, altro non erano che l’imitazione di tali suoni. Questa teoria un certo fondamento lo trova per tutte quelle parole che hanno un riferimento onomatopeico come ad esempio splash, boom, bang ecc ma non è sufficiente a spiegare la genesi di molte altre parole non “rumorose”, e soprattutto di quelle astratte. Neppure la possibilità che si sia trattato di suoni sviluppati durante gli sforzi fisici di uomini impegnati in un lavoro di gruppo riesce a spiegare come mai, sebbene anche alcuni primati abbiano dei codici comunicativi con funzioni sociali, solo l’uomo abbia sviluppato il linguaggio che conosciamo.
Certamente un ruolo importante lo ha avuto l’acquisizione della posizione eretta con locomozione bipede che ha permesso di sviluppare dei tratti fisici fondamentali per la produzione linguistica. In realtà, non sono caratteristiche che inducono al linguaggio in modo automatico, ma ne rendono possibile l’emissione.
Tra queste caratteristiche fisiche ci sono indubbiamente i denti dritti (e non più all’infuori come in certe scimmie) che consentono l’emissione di alcuni suoni; la mobilità e la muscolatura delle labbra, la lingua più piccola e spessa che ci concede di emettere alcuni suoni all’interno della cavità orale, e la posizione della laringe.
Il controllo e l’organizzazione di questi organi dipende dal cervello, che è lateralizzato e dotato di funzioni specifiche sia per l’uno che per l’altro emisfero. Tuttavia, al momento della nascita, il cervello umano è pari a un quarto della sua grandezza da adulto e la laringe si trova in una parte più alta del collo per consentire al neonato di mangiare e respirare nello stesso momento. Più tardi, ma non molto, la laringe discende, il cervello si sviluppa, il bambino acquisisce la posizione eretta e impara a camminare e a parlare (la lingua dei gesti in caso di bambini sordi). Tale “naturale” sviluppo ha portato gli studiosi a valutare l’ipotesi che esiste un gene del linguaggio di cui l’uomo è dotato, spostando la ricerca dalle teorie evoluzionistiche menzionate prima a quella che paragona il cervello umano a un grande hardware in cui sono già presenti tutti quegli elementi utili all’apprendimento del codice linguistico e dei suoi suoni.
Ciò che si sta cercando di indagare e chiarire, anche attraverso diversi esperimenti di comunicazione tra uomo e animali, è quella linea forte di demarcazione che separa un segnale di comunicazione intenzionale da un segnale di pura informazione non volontaria. Per chiarire questa affermazione pensiamo a un uomo che starnutisce (non comunica intenzionalmente che è raffreddato ma posso dedurlo dall’informazione che mi arriva ovvero dallo starnuto) e ad uno che esprime un desiderio (comunicazione intenzionale e finalizzata).
Ma non è solo un problema di intenzionalità. Esistono diverse caratteristiche che differenziano il linguaggio umano dai segnali animali.
Anzitutto, una delle caratteristiche del linguaggio umano è la dislocazione cioè la capacità di parlare di cose accadute nel passato o comunque non necessariamente riferite al momento in cui si parla. Gli animali, invece, utilizzano una comunicazione immediata; un cane ringhia perché in quel preciso momento sta comunicando qualcosa e non certamente per rievocare qualcosa accadutogli al parco due settimane prima.
Altra caratteristica che distingue il linguaggio umano da quello animale è l’arbitrarietà. In generale, nel nostro linguaggio non esiste una connessione naturale tra la forma linguistica (parola) e il suo significato; non c’è un rapporto iconico tra la parola gallina e la parola coccodè. Di contro, nei segnali animali sembra esserci una connessione chiara tra il messaggio che vogliono veicolare e il segnale che usano per veicolarlo. Questo è dovuto probabilmente al ridotto numero di forme vocali o gestuali in loro possesso e alle situazioni specifiche in cui vengono messe in atto. Tale limitazione è definita referenza fissa, ovvero ogni segnale emesso si riferisce solo a un oggetto o a una situazione (si veda l’esperimento sulle api fatto da Max von Frisch).
Il linguaggio umano, invece, gode di una proprietà molto importante definita produttività, cioè la capacità di creare in continuazione delle espressioni nuove manipolando le proprie risorse linguistiche per descrivere diverse situazioni. Inoltre, i segnali animali sono istintivi, in numero ridotto e già presenti alla nascita mentre il linguaggio umano non dipende dal patrimonio genetico ma dalla trasmissione culturale il che significa che un bambino con caratteristiche somatiche asiatiche, nato da genitori asiatici ma allevato sin dalla nascita negli Stati Uniti, parlerà inevitabilmente in inglese.
La quinta e ultima caratteristica del linguaggio umano è certamente la doppia articolazione ovvero la possibilità di articolare i singoli suoni (pronuncio b, s, u) come suoni isolati e distinti, e riuscire a combinarli pronunciandoli assieme (bus, sub) determinando parole che hanno, tra l’altro, significati diversi. Molti studi, più o meno recenti, hanno tentato di indagare la possibilità che uno scimpanzé possa imparare a produrre suoni umani. Per quanto in disaccordo su teorie e procedimenti empirici, gli studiosi sono giunti alla conclusione che la scimmia è in grado di acquisire “i rudimenti minimi del linguaggio”.
Dunque, c’è speranza per tutti.