Recensione a cura di Federica L. Mattei

“Entrammo una alla volta. Dopo ore di attesa, in piedi nel corridoio, avevamo bisogno di sederci. La stanza era grande, le pareti bianche. Al centro, un lungo tavolo su cui avevano già apparecchiato per noi. Ci fecero cenno di prendere posto.”

Era la prima volta che Rosa Sauer, ventiseienne berlinese, entrava in quella stanza, la mensa in cui avrebbe consumato i suoi futuri pasti. Svuotati i piatti, le dieci assaggiatrici del Fürer restavano in ostaggio delle SS il tempo necessario ad accertarsi che il cibo da servire a Hitler non fosse avvelenato:
“Studiai la mensa (…) come si studia un ambiente estraneo. Il primo giorno di scuola, quando mia madre mi aveva lasciata in classe andando via, il pensiero che potesse accadermi qualcosa di male a sua insaputa mi aveva riempita di tristezza. Non era tanto la minaccia del mondo su di me, quanto l’impotenza di mia madre, a commuovermi. (…) In classe avevo cercato una crepa nel muro, una ragnatela, una cosa che potesse essere mia come un segreto. Gli occhi avevano vagato per la stanza, che sembrava enorme; poi avevo notato un frammento di battiscopa mancante, e mi ero calmata.
Nella mensa di Krausendorf, i battiscopa erano integri, Gregor non c’era, e io ero sola.”

In quell’ambiente chiuso, bolla di paura e di sospetto, erano nate amicizie, alleanze, segreti. Il più grande e vergognoso per Rosa fu quello condiviso con il comandante Albert Ziegler:

“Non arrivava prima di mezzanotte, probabilmente per essere sicuro che nessuno fosse sveglio, a parte me. Sapeva che lo avrei aspettato. Che cosa mi spingeva ad avvicinarmi alla finestra, che cosa spingeva lui a venire, a indovinare a fatica la mia sagoma nelle tenebre? A cosa non poteva rinunciare, Ziegler? Il vetro era un riparo: rendeva meno reale quel tenente che non diceva nulla, non faceva nulla, se non rimanere, persistere, imporre la sua presenza che non potevo toccare.”
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“In punta di piedi, scalza per attutire i passi, aprii la porta, mi accertai che Herta e Joseph dormissero, andai in cucina e uscii sul retro, percorsi il perimetro della casa in direzione della mia finestra, e lo trovai accovacciato in attesa di un segnale. (…) Ziegler si alzò di scatto. In piedi di fronte a me, nella sua uniforme, senza lo schermo della finestra a dividerci, mi spaventò come in caserma. L’incantesimo collassava, la realtà si rivelava in tutta la sua schiettezza. (…) Entrai nel fienile, mi seguì. Il buio era senza fessure. (…) Scoordinati, ciechi, guidati dall’olfatto, inciampammo l’uno nel corpo dell’altra come se misurassimo per la prima volta il nostro.”

Era l’autunno del 1943 a Gross-Partsch, un paesino vicino il nascondiglio/bunker di Hitler. Rosa era ospite a casa dei suoceri, i genitori di Gregor, l’uomo che ha sposato e dal quale si era dovuta separare dopo appena un anno di matrimonio poiché chiamato a combattere sul fronte russo.

“Mi sembrava di aver conosciuto la felicità solo dopo averlo incontrato. (…) Torno presto, aveva detto, e mi aveva accarezzato la tempia, la guancia, le labbra, aveva provato a farsi strada con le dita nella mia bocca, nel nostro modo di sempre, il nostro patto silenzioso, fidati, mi fido, amami, ti amo, fa’ l’amore con me – ma io avevo serrato i denti e lui aveva ritirato la mano.”

Il tema di questa bocca che torna a più riprese, come luogo in cui poter depositare, afferrare, occultare, trattenere. La bocca nella sua denotazione febbrilmente freudiana, come presagio e condanna.

Mio padre era un ferroviere, mia madre una sarta. Il pavimento del soggiorno era sempre cosparso di rocchetti e fili di ogni colore. Mia madre ne leccava un estremo per inserirlo più facilmente nella cruna, io la copiavo. Di nascosto succhiavo il pezzo di filo e ci giocherellavo con la lingua saggiandone la consistenza sul palato; poi, quand’era un grumo umido, non riuscivo a resistere all’idea di ingoiarlo e scoprire se, una volta dentro di me, mi avrebbe uccisa. (…) La mia infanzia è stata questo, il vapore sui vetri delle finestre che davano su Budengasse, le tabelline imparate a memoria prima del tempo, (…) le formiche decapitate con le unghie, (…) il giorno in cui mi affacciai alla culla di Franz, mi infilai tra i denti la sua manina e la morsi, forte.”

Credo che la Postorino abbia descritto magistralmente gli stati d’animo e i corpi, i sentimenti, gli slanci. E il contrasto tra suoni e immagini:
Ad ascoltarlo con gli occhi chiusi, il suono della mensa sarebbe stato un suono buono. Il tinnire delle forchette sui piatti, il fruscio dell’acqua versata, il rintocco del vetro sul legno, il ruminare delle bocche, l’acciottolio di passi sul pavimento, l’accavallarsi di voci e versi di uccelli e cani che abbaiano, il rugghio distante di un trattore colto dalle finestre aperte. Sarebbe stato nient’altro che il tempo del convivio; fa tenerezza il bisogno umano di cibarsi per non morire. Ma se riaprivo gli occhi li vedevo, i guardiani in divisa, le armi cariche, i confini della nostra gabbia, e il rumore di stoviglie tornava a riecheggiare scarno, il suono compresso di qualcosa che sta per esplodere.”

La vita, la patria, la fragilità:
“Non è una questione morale. Dei russi, degli ebrei, degli zingari, non gli è mai importato niente. Non li odia, ma nemmeno ama il genere umano, e di certo non crede nel valore della vita. Come si fa a dare valore a una cosa che può finire in qualsiasi momento, una cosa così fragile? Si dà valore a ciò che ha forza, e la vita non ne ha; a ciò che è indistruttibile, e la vita non lo è. (…) Nessuno ama i perdenti. E nessuno ama l’intero genere umano. (…) Non esiste pietà universale, solo l’impietosirsi davanti al destino di un singolo essere umano.”

Il dolore che non ha sintomi localizzabili, la desolazione del sopravvivere che diventa un tratto di personalità, un’abitudine, una dipendenza emotiva:
Perché, da tempo, mi ritrovavo in posti in cui non volevo stare, e accondiscendevo, e continuavo a sopravvivere ogni volta che qualcuno mi viene portato via? La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.”

E poi i distacchi subiti e quelli necessari, i ritorni improvvisi nel momento in cui da raccogliere non ci sono più frutti ma cocci, le separazioni, gli addii non concessi, la solitudine, l’incapacità di accogliere, la resa.

 

 

 

 

 

 

Nel 2007 è uscito il suo primo romanzo La stanza di sopra vincitore del Premio Rapallo nella sezione Opera Prima, del Premio Città di Santa Marinella e tra i 13 finalisti del Premio Strega.
Ha in seguito pubblicato altri 3 romanzi (di cui Il corpo docile, vincitore del Premio Penne-Mosca 2013 e Le assaggiatrici vincitore del Premio Pozzale Luigi Russo e del Premio Rapallo), un saggio, la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro all'interno di Working for paradise e ha curato alcune opere della scrittrice Marguerite Duras.