Recensione a cura di Federica L. Mattei

La distanza ha un’ombra ricorrente che sembra tendere al buio. La vedo innalzarsi, e me la immagino utile a invalidare il dolore. Sono stata brava, me lo ripeto per ricordarlo.”

Credo che questo sia un incipit davvero ben pensato, due frasi in cui si addensano la paura della perdita, la ricerca di una solitudine accudente, il pensiero di potercela fare anche  da soli, l’innalzamento di una recinzione emotiva che schermi le emozioni.
A differenza di ciò che ne deriva ovvero la solitudine, che è indiscutibilmente una faccenda di isolamento fisico e emotivo, qui l’abitudine, come esercizio alla ripetizione, è vestita di un abito positivo:
La ripetizione, va detto, non è il “male”: il rituale del caffè, allo stesso bar, è familiarità, Caterina che si è addormentata per anni abbracciata allo stesso orso di peluche è calore. La ripetizione giornaliera dell’amore, quando viene a mancare, è assenza.”

Fra le pagine di questo romanzo sgomitano tra loro tante emozioni, molti sentimenti e pensieri intimi, diverse figure e rappresentazioni del mondo, la cui lotta non ha come obiettivo la rivincita sulle cose perdute quanto la necessità di occultare i propri cadaveri emotivi.
Un padre con cui non si è condiviso nulla se non, da adulta, la malattia; un marito col quale non si sa bene né quando né perché è finito tutto, una vicina invadente, Ada, dalla lasagna facile e la corporatura minuta, e poi ancora lo sconforto del tempo che passa misto alla consapevolezza di ciò che si è perso:

(…): il tempo nel nostro rapporto non ha mai avuto una dimensione reale. Piuttosto una dimensione dettata dai nostri scontri, dalle lontananze che seguivamo, dai tentativi di riappacificazione, dai musi lunghi e dai silenzi interminabili. Intanto i figli crescono, le rughe segnano, i mariti vanno, i padri si ammalano. Eppure né io né lui sembriamo accorgercene. Il nostro rapporto si nutre di un tempo interno. Scandito dai tasselli dell’assenza.”

Tra le pagine avverto poderosi la negazione dei bisogni affettivi, l’incapacità di risanare i conflitti, lo sguardo ruvido con cui si guarda alla propria esistenza, le regole che definiscono i “confini” entro cui barricarsi perché la vulnerabilità non ci renda permeabili ai sentimenti.

“Hai mai pensato al nostro muro? Lo hai mai toccato? Ci appoggio di continuo i palmi, tastandolo e cercando una crepa attraverso cui vedere nella tua zona comoda, nel tuo stare al sicuro, al riparo da me, per capire chi sei. Ma non ha fenditure il muro dell’assenza, non ci permetterà di guardarci negli occhi, anzi forse il nostro non è nemmeno un muro. È solo un vuoto e non mi servirà a nulla una crepa.”

E quell’idea di vicinanza che ha come antitetica la lontananza e come pertinenza la distrazione:
Esiste un punto preciso in cui si inizia a perdere l’amore. E in quel crocevia di distrazioni e inganni ci perdiamo anche noi, sbagliamo strada e incappiamo nell’unica cosa in cui non dobbiamo cadere: la distrazione. L’amato non ci appartiene mai. Giorgio non è mai stato veramente mio, avrei dovuto inseguirlo, accarezzarlo come si fa con un oggetto fragile e di valore, proteggerlo non dalle minacce esterne ma solo dalla mia tentazione di distrarmi da lui. E dimenticare l’amore.”

E poi il viaggio a Praga di questa protagonista, Maria Giulia, alla ricerca di prove, di una verità che una volta scoperta non avrà aggiunto più tasselli di quanto avrebbe fatto ignorarla.
Una scrittura densa e tormentata quella di Francesca G. Marone, da cui trasuda la sofferenza di questa protagonista, i suoi tumulti interiori, l’incapacità di adeguarsi al mondo e a sé stessa, la voglia di un riscatto, il desiderio di ricevere amore. Nonostante i temi trattati e i sentimenti raccontati, la Marone non scade mai nel patetico, ma di questi tormenti ne fa un’analisi lucida, chiara, consapevole e perforante. La protagonista non si lagna, non si emula a vittima, ma analizza sé stessa, si misura nel/col mondo e con suo padre dettagliando il bilancio delle perdite e dei disincanti. E forse quel riscatto tanto cercato, alla fine, lo trova.

“Ci sono ferite da cui non si guarisce mai, le carezze che non abbiamo avuto nell’infanzia si tramutano in un continuo cercare occhi e braccia che possano scaldarci. Non basta però, l’attenzione altrui non basta mai. (…) Resto ferma con i piedi nel fango della mia vita a metà.”

Poche rose, tanti baci secondo me non è solo un titolo, ma una ricetta di felicità.

 

 

 

 

 

 

Sociologa, counselor e mediatrice familiare sistemica, laureata in scienze politiche prima, in Comunicazione pubblica sociale e politica poi- con una tesi sui Mutamenti dei modelli familiari e il materno nella scrittura, vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato racconti e poesie in antologie per varie case editrici, fra cui Perrone editore, Nottetempo edizioni e Centoautori. Collabora dal 2008 al blog Letteratitudine di Massimo Maugeri. Dalla rielaborazione del manoscritto “Lui così estraneo” -segnalato al Premio Calvino 27 ed. con la menzione “per un lacerante scandaglio di un’interiorità femminile”- è nato il suo primo romanzo “Poche rose, tanti baci”.