Recensione a cura di Federica L. Mattei

“Il suo volto. Anche adesso, avanza dentro di te senza fermarsi fino al fondo spostato sempre un poco più avanti; il fondo che non arriva mai. Il suo volto. Questa cosa. Se ne resta quieta, pozza inesauribile che ha la consistenza della pioggia, quieta, ma solo in superficie, quieta ma sempre sul punto di sgorgare. Il volto di nostra figlia. Solo che io non lo vedo. Dovevo dirtelo. Se non fossi così lontana, non ci riuscirei, perciò resta dove sei. Non muoverti da lì. Ho detto: mi manca, ma non riesco a vederla.”

In questo romanzo si alternano con disciplina e ritmo due storie di dolore, uno subìto e uno inferto. Da una parte si erge il tentativo di fronteggiare l’angoscia per la perdita di una figlia, morta per mano di un violento; il padre concretizzandola in opere di bene, sua moglie mostrandola come fosse una medaglia al valore.

“Prendete in considerazione il mio dolore, tua madre sembra dire a tutti: prendete in considerazione il mio dolore. Quanto a me, se non fermo subito questa cosa, se mi lascio prendere dalle domande, se continuo a fare questo gioco, se vivo ancora quel giorno tutto intorno al fatto, se lo rimetto insieme pezzo dopo pezzo e tolgo solo il sangue, se metto insieme tutto così come è andato, tutto così come doveva andare, tutto identico, a parte te; se in questo tutto ci infilo dentro qualcun altro, giusto per la parte che non sei tu… Tua madre sembra dire a tutti: prendete in considerazione il mio dolore. Se non altro perché questo dolore che mi è piombato addosso, questo qui, è migliore del vostro, perché è mio.”

Un padre, questo, che vuole a tutti i costi salvare gli altri regalando monetine alla stazione, prima ancora di comprendere che non è salvo neppure lui.

“Credi che solo i giusti meritino di essere salvati. E pensi di poter decidere, di poterlo sapere con certezza. (…) Non si può scegliere, è questo il punto, perché la scelta rovina tutto. Se non rinunciamo a questo, compiamo qualcosa di mostruoso. Ma la verità è che non siamo disposti ad alzare un dito, se non possiamo scegliere. (…) Mi stavo concedendo il lusso di fare progetti, e non capivo che solo dando così, senza calcolo, senza garanzia, senza che la cosa fosse facile, solo in quel modo, forse, avrebbe potuto funzionare. Ora l’ho capito. E ho capito che non ne sono capace. (…) Non sono abbastanza forte per amare. Non posso amare senza scegliere. Ma scegliere è un abominio, come dimenticare.”

E il dolore che ne consegue, col quale bisogna scendere a compromessi per potergli sopravvivere:
“È vero, sono stato ferito, ma non preoccuparti, non morirò. E non fa così male, anche se l’aspetto non è dei migliori. È come se mi avessero ritagliato con una di quelle forbici con le punte arrotondate che usavi a scuola quando eri piccola, è come se mi avessero ritagliato e poi incollato con quella colla finta che stendevi con la paletta, quella che incolla e non incolla. Sento la ferita, a volte penso che basti un semplice respiro perché si apra di nuovo. Mi attraversa qui, lungo la pancia, e arriva quasi fino al petto e brucia, e quando mi medicano vedo un’ombra scura sotto la pelle, come mi avessero marchiato a fuoco.”

E poi c’è Jungla, una ragazza enorme e goffa, seguita dagli assistenti sociali, che scappa di casa e tenta a più riprese di mettere a tacere la sua parte più interiore:
“a Sabbianera sono Jungla e la cosa, di cui si vergogna. O meglio: prima era solo la cosa, poi è arrivata Jungla. Quella arrivata per prima semplicemente è, questa si è fatta con il tempo. La cosa sente. Ama. Soffre. A volte è azione manifesta incespicante, che sprofonda Jungla nella vergogna. Un irrimediabile disordine del cuore, una frattura, una soglia tra il dentro e il fuori le tiene separate. È stata Jungla a crearla. Ora, da sempre, Jungla è di sentinella, sorveglia l’uscita e l’entrata dell’altra, le sbarra la strada. (…) La cosa sente, ordina in sé tutto quello he Jungla smarrisce. Obbligata a tacere con la forza, con la forza immobilizzata, si divincola. Jungla decide di ucciderla. La strangola con le sue mani. (…) La cosa lascia fare. Semplicemente muore, senza opporre resistenza. (…) Lei torna. Per qualche tempo semplicemente sono, insieme. La cosa accerchiata, perennemente uccisa eppure inviolata, semplicemente è. Jungla non è d’accordo. L’altra teme che Jungla voglia ucciderla ancora, come accade e continua ad accadere.”

La cosa che torna, anche nei pensieri dell’uomo, nei suoi resoconti, nella chiave di lettura del mondo che gli sembra oramai troppo diverso, e disperso, e inutile. Perché con la cosa, prima o poi, bisogna farci i conti:
Dovremmo poter vedere la morte una sola volta nella vita per capirci qualcosa. La ripetizione guasta tutto.
Invece questa cosa che preme alla nostra porta mi fa paura. Sapere che quando smetterò di parlare allora saremo davvero solo io e tua madre, ognuno per conto suo, a dire prima e dopo; e in mezzo ci sarai tu. Solo prima e dopo, e la cosa che ora preme alla nostra porta. La merda di questo mondo in cui è successo. Già al suo posto. Prima di te. In attesa di te. Avremmo dovuto tirarla via di lì, prenderla con noi, portarla in casa nostra e farci i conti. (…) Lasciarla entrare. Parlarci un po’,offrirle un riparo, prendercene cura, scortarla per le strade; tenerla vicino. (…)
Quando smetterò di parlare allora io e tua madre diremo: prima e dopo. (…)
Ma non c’è un prima e non c’è un dopo, per essere precisi, la merda di questo mondo in cui è successo, la cosa alla porta, era già lì. Solo che non riuscivo a vederla. Nemmeno lei. Eravamo ciechi.”

Credo che questo romanzo vada letto per una serie di fattori; anzitutto perché sa raccontare il dolore mostrandolo, rendendo quasi visibile. Te lo presta affinché tu lo possa toccare per poi renderlo indietro col valore aggiunto di averci empatizzato. In secondo luogo perché sa narrare il background giovanile con una freschezza e una chiarezza invidiabili; slang e accenni dialettali che chiariscono senza mai appesantire o involgarire il testo. In terza istanza, perché la scrittura di Emanuela è semplice ma non semplificata, è "naturale" e densa. Impossibile non gradirla.

 

 

 

 

 

 

Emanuela Cocco è autrice teatrale di drammi e monologhi pubblicati e rappresentati. Ha collaborato alla scrittura all’audiodramma di Sandrone Dazieri Le madri atroci (Feltrinelli, 2012). È redattrice della rivista di drammaturgia contemporanea “Perlascena”. Cura la rubrica di analisi letteraria Esplorazioni sulla rivista “L’Irrequieto”. Suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste “Verde” e “L’Irrequieto”. Tu che eri ogni ragazza è il suo primo romanzo.