Recensione a cura di Federica L. Mattei

 

“(…) In certi momenti voglio vivere nelle favole che leggo allora, il mio amico laccio si comporta benissimo e diventa… può diventare qualunque cosa, un animale, una fata, insomma…è vivo, ecco. È vivo e mi parla. E io pure gli parlo dentro la mia testa (…)”

Angelica Alabiso, la maggiore di tre figli, è una bambina silenziosa, che racconta il suo vissuto di figlia, non voluta e mai compresa, che si rifugia nella fantasia per allentare le tensioni interne alle quali non sa dare un nome. La cecità emotiva di sua madre Maria, donna disattenta che ha una visione della vita piuttosto grossolana, e un padre estraniato al mondo e a se stesso, chiuso nel suo lavoro e tra le pareti delle sue poche certezze, porteranno Angelica ad un “mutismo elettivo” del quale Enrico Caruso, psicologo psicoterapeuta, ci parla in maniera chiara ed esaustiva nello spazio dedicato alla Postfazione. E poi c’è “l’uomo nero” che del mutismo di Angelica farà il suo alleato e complice. Il tentativo della madre di portarla da uno specialista per dar seguito alla segnalazione ricevuta dalla maestra di sua figlia, e poi il punto di vista di Marianna e Germano, i suoi fratelli, e quello del padre che guardano con occhi e vissuti diversi nella stessa direzione dando della stessa realtà una diapositiva molto dissimile.
Angelica, giovane sposa infelice di Donato prima e di Bernardo poi, relazioni finite entrambe, e madre di Pietro dopo molti tentativi di maternità falliti, parla costantemente di sua madre come di una persona dalla quale prendere le distanze e della fatica di riuscire nell’impresa:

“Fin da bambina mi sono sforzata di costruirmi una personalità differente dalla sua, ma devo arrendermi alla genetica, tanto più forte delle buone intenzioni.”

Ormai adulta, ripercorrendo la sua vita aggrappandosi a ciò che resta degli episodi a tratti rimossi, Angelica tenta di dare forma e ragione di esistere agli umori di sua madre, alle assenze del padre, ai matrimoni falliti, alla malattia che all’improvviso rende tutto più complicato, ma più nitido.

“Sperimento l’amarezza delle cose mai dette, delle domande che rimarranno per sempre senza risposta.”

E poi arriverà la parte più difficile, quella del suo percorso personale di psicoterapia, un cammino doloroso e feroce all’interno di vicende dimenticate che le tornano indietro con l’energia di uno schiaffo; un ruolo di figlia puntinato di sensi di colpa, di inadeguatezza, di sentimenti irruenti e, delle volte, incontenibili. Di sua madre dirà:

“Se non sono impazzita è perché sono riuscita a non odiarla a tempo pieno, ogni tanto mi sono riposata e ci sono state perfino volte in cui mi è sembrato di volerle bene.”

Con Marianna, attraverso le foto e i racconti di lei, Angelica tenterà di risanare i buchi di memoria:

“I decenni si sono accumulati allontanandomi dall’uomo nero, dalla sordità adulta e dal mutismo che le opposi; su tanta strada ho impresso orme che il tempo si è incaricato di sbiadire e poi cancellare.”

Rosalia Messina ci parla dello spazio minimo di un ascensore, di un ricordo, della parola, di un corpo refrattario alla vita e lo fa usando una scrittura fresca, emotivamente potente. Un viaggio narrativo, questo, che val la pena di intraprendere.

“Come tutti, ho amato e ho attraversato il disamore. Sono stata amata, spesso male, ho abbandonato e tradito e sono stata abbandonata e tradita. Ho vinto e perso, ho creduto di penetrare il senso della vita e mi sono voltata indietro chiedendomi se davvero quel senso mi fosse chiaro, se invece non stessi brancolando nel buio. Ho avuto paura e le sono andata incontro. Ho avuto paura e mi sono bloccata. Ho rinunciato e osato. Mi sono ammalata e sono guarita. Sono cambiata e sono rimasta uguale. Sono rimasta viva. Sono arrivata in fondo a giornate che erano iniziate faticosamente. Ho sperato e disperato. E sono qui: Angelica Alabiso, madre, ex moglie, avvocato.
Una donna fragile, e dura come sono i fragili. Nulla di speciale, una persona la cui vita si potrebbe riassumere in poche parole: sono nata, sono cresciuta, sono viva, morirò. E mi va bene, mi piace. Mi basta.”

 

 

 

 

 

 

 

Rosalia Messina è nata a Palermo nel 1955. Vive in giro per l’Italia: gli affetti e il lavoro la portano da Bologna a Milano, a Napoli, in Sicilia. Laureata in Giurisprudenza, svolge una professione giuridica che le consente di fare quotidianamente due delle cose che ha sempre amato di più: leggere (non solo libri e articoli giuridici) e scrivere. Ma scrivere di Diritto a un certo punto non le è bastato più; così, in età matura, ha realizzato il vero sogno della sua vita, cioè scrivere narrativa. Ha pubblicato nel 2010 una raccolta di racconti (Prima dell’alba e subito dopo, PerroneLab; in versione e-book con Youcanprint), testo vincitore, fra l’altro, del premio “Città di Mesagne 2010” e, nel 2013, due romanzi brevi: Più avanti di qualche passo (ed. Città del sole) − vincitore del premio “Angelo Musco 2012” come inedito e del premio “Città di Reggio Emilia 2013” da edito − e Marmellata d’arance (ed. Arianna), vincitore del premio “Metauros 2016”. Nel 2014 ha pubblicato il romanzo Gli anni d’argento (Algra Editore); nel 2015 il libro per bambini Favole a colori (Algra Editore) e nel 2016 il romanzo Morivamo di freddo, edito - in digitale e in cartaceo - da Durango Edizioni. La versione teatrale del romanzo Marmellata d’arance, realizzata insieme alla sorella Anna, ha vinto il premio “L’Artigogolo 2017”, sezione “Drammaturghi esordienti” (il testo sarà pubblicato nei prossimi mesi, in forma monografica, dalla casa editrice Chipiuneart).
Ha collaborato con i magazine on line Libreriamo  e LetteraTu.
A breve Oakmond Publishing pubblicherà il romanzo Uno spazio minimo (già edito in cartaceo da Melville edizioni).