Recensione a cura di Federica L. Mattei

 

L’infelicità si impara da bambini.”

Questa è la frase, incastonata tra le righe delle prime pagine del romanzo, che mi ha risucchiata completamente nella storia della protagonista la quale, ancora bambina, fu dapprima abbandonata dal padre, marito infedele, e successivamente rifiutata dalla madre che, senza starci troppo a pensare, la chiuse in un collegio.
Diventata donna, ha dovuto sopravvivere agli anni trascorsi in totale isolamento emotivo e, quindi, a ciò che era diventata, costruendo un’immagine di sé come di una persona che merita d’essere tradita, nella carne e nelle attenzioni, e di non essere considerata sufficientemente amabile.
Da questa convinzione, inconscia prima e negata poi, nasce l'estenuante ricerca di persone che in qualche modo le restituiscano tale immagine, rinforzandola.
La protagonista, difatti, racconta delle mille facce dell’amore, o forse sarebbe meglio definirle maschere, sentimento che in questo raccontare emerge nelle sembianze di amicizia, devozione, impegno e disincanto. Ma pure dipendenza, vulnerabilità, sospensione, mancanza di gesti semplici.

“Con Alessandro io non ho mai riso, come se la cosa fosse una cosa soltanto seria. Non abbiamo riso quando ci siamo sposati, quando è nato nostro figlio. Non abbiamo mai riso insieme. Alessandro non sa ridere.”

E ancora

“Io sono stata una delle spose più tristi del mondo.”

Come se fosse una cosa normale, dovuta, accettabile.
La donna ci racconta di un sentimento amicale scambiato per altro in un momento di debolezza di lei, di lui o forse di entrambi; l’uomo del ti amo, ma non posso impegnarmi; Yuri che è una storia mancata: “Io per disperazione, lui per timore.”
E poi c’è Marco e la sua ripicca fatta di violenza, Gigi e l’amore come atto di gratitudine, e Alessandro, suo marito, che ogni volta torna da lei come se fosse la sola casa in cui si sente di poter esercitare ciò che è.
In mezzo a questa alternanza di personaggi maschili, ai quali la protagonista si avvinghia più per bisogno che per altro, c’è Luciana, la sua amica psicologa, che tenta con parole spicciole e andando ogni volta dritta al punto, di mostrarle che quell’amore con Alessandro, che lei crede come la sola possibilità, è in realtà una malattia condivisa di cui ognuno ne possiede la metà.
Ma la protagonista non ha bisogno di “vedere” il suo amore malato, lei lo conosce bene.

Conosco la diagnosi, ma non la cura.”

Credo che Elda Lanza, con questo romanzo, abbia compiuto un miracolo emotivo addensando frustrazioni, consapevolezze, scomodi presentimenti, negazioni in un unico grumo emozionale. La scrittura di Elda porta con sé e in sé un bagaglio che non è solo stile, chiarezza, piacevolezza; è un continuo viaggio introspettivo e intimo, lacerante, pungente, sofferto.
Ho amato molto questo romanzo, dunque tornerò presto a parlare di lei.

 

 

 

 

 

 

 

Attiva nel movimento femminista e forte di una precoce e intensa attività di scrittrice e giornalista, dopo gli studi all'Università Cattolica di Milano e alla Sorbona di Parigi nel 1952 venne contattata dai dirigenti dalla neonata televisione pubblica italiana di cui, dopo svariati provini, diventò la prima presentatrice, lavorando nei primi programmi sperimentali. Nell'ottobre 2012 debuttò come giallista con il romanzo Niente lacrime per la signorina Olga che Lanza portò a Salani su suggerimento di Mariano Sabatini. Nel giro di poche settimane l'editore fu costretto a ristampare il titolo andato esaurito, conquistandosi anche l'apprezzamento di Umberto Eco che agli esordi aveva lavorato con Elda alla Rai. La scrittrice lavorò ad altri romanzi gialli con protagonista l'avvocato napoletano Max Gilardi. Tra i romanzi ricordiamo:

  • Una stagione incerta (Marsilio, 2006)
  • Imparerò il tuo nome (Ponte alle Grazie, 2017)
  • Uomini (Salani 2017)
  • Signori si diventa. Le nuove regole dello stile quotidiano (Mondadori, 2005)
  • Il tovagliolo va a sinistra (Vallardi, 2016)