Recensione a cura di Federica L. Mattei

“Quando arrivò la telefonata, alle quindici e quaranta del 2 agosto 1976, Maurizio Raimondi era chino sopra la tazza del cesso con due dita in gola e una corona di spine dietro la fronte.
In quella posizione, pur sopraffatto dal dolore, pur circonfuso da una commiserazione di sé che rasentava il misticismo, affiorava dalle paludi sacrificali in cui era immerso come una specie d’ironia, un risveglio della ragione: era in quei momenti che invocava la morte.”

Inizio esattamente dall’incipit di pagina 5, e lo faccio per un motivo, ma prima facciamo un passo indietro.
In una giornata di inizio agosto, pronti per trascorrere una giornata al mare in famiglia, Giulio Spadoni scende in cantina per recuperare il canotto del figlio, e non risale più. Inghiottito dai sotterranei labirinti condominiali, l’uomo lascia del suo passaggio solo una scarpa.
Maurizio Raimondi, commissario di mezza età invischiato in una relazione sentimentale, ormai giunta al capolinea, con una donna sposata, inizia a indagare sul caso. E fin qui parrebbe piuttosto coerente e pure interessante se non che, avanzando nella lettura ho spesso la sensazione che la trama sia sul punto di deragliare. Tale impressione è scatenata da due motivi: il primo è legato all’ampio spazio offerto alla descrizione dei cunicoli sotterranei senza che però le indagini arrivino mai a un punto di svolta. È un girovagare che prende le sembianze di “altro”:
“Ogni volta che scendeva lì sotto (…) non poteva fare a meno di trovare una similitudine inquietante tra quel labirinto e la sua anima.
A mano a mano che si addentrava nei corridoi stretti questa sensazione cresceva. Era come se stesse avanzando dentro le sue angosce, come se stesse esplorando un territorio sconosciuto, e quel territorio era lui.”

Quei cunicoli interminabili, le diramazioni improvvise, il senso intimo e confuso di questo labirinto, la paura di perdersi, di inalare aria che si fa improvvisamente irrespirabile, il buio, la solitudine, il bisogno di fuga.
Il secondo punto sul quale mi interrogo, una volta arrivata oltre la metà del testo, è come mai la vita e le emicranie croniche e devastanti di Raimondi occupino interi capitoli.
Ed era qui che, invece, si addensava il senso della trama, di un thriller che non è comportamento, azione, ricerca, ma verte sul senso profondo del decidere della propria vita, dell’autodeterminazione a prescindere da tutto, da ciò che si lascia o che si vorrebbe tutelare. È indagato l’uomo e le sue fragilità, le paure, le aspettative, il senso di solitudine. Mi sarei aspettata delle indagini poliziesche invece qui, a essere indagato, è l’animo umano.
Fabi racconta il suo protagonista con una cura certosina, ne rende palpabili i pensieri e perfino i dolori. Lo “umanizza” addensando i pregi e i difetti attorno alla prospettiva della mancanza, dell’ineluttabilità delle cose; di una scelta che diviene la sola salvezza possibile, la sola via di fuga.
Come un cerchio che si chiude esplicitando solo alla fine il suo senso circolare, questo romanzo mi ha toccato in un sentimento che raramente mi concedo: l’angoscia per un personaggio che avrei voluto “trattenere”.

 

 

 

 

Mauro Fabi è giornalista, scrittore, poeta. Vive a Roma. Ha collaborato con l’Unità e Le Monde Diplomatique. Dirige il magazine culturale Via Po del quotidiano nazionale Conquiste del lavoro. Ha pubblicato i romanzi La meta di Luan (Mursia, 2000), e Il pontile (Nottetempo, 2006) e le raccolte di poesie Il motore di vetro (Palomar,2004) e Fiori in pericolo (Avagliano, 2007). Una terza raccolta è stata pubblicata in Francia nel 2010, col titolo Le Domaine des morts. Nel 2012, sempre in Francia, è uscita la quarta raccolta poetica, Tous ces gens qui meurent.