Scritto da Fabrizio Castellani

Non di soli graphic novel si vive, quindi oggi mi ritrovo ad invitare alla lettura di Bay City, romanzo del 2002 di R. Morgan, da accompagnare con la visione della bella miniserie in dieci episodi che Netflix ne ha ricavato e trasmesso nel 2018. Morgan dipinge un XXIV secolo a tinte noir e infila dentro al suo romanzo d'esordio un po' tutto quello che il cyberpunk può mettere in campo: tecnologia alienante, trasferimento di coscienza, realtà virtuale.
Aggiunge a piene mani disciplina zen-style, filosofia di frontiera, religione, scrupoli di coscienza.
Costruisce un futuro nel quale lo spazio è stato conquistato e il tempo, per alcuni, addomesticato.
Preparato tutto il terreno, costruito tutto lo scenario, infine ci tira dentro ad una storia che, in fin dei conti, è decisamente molto umana: una storia di sesso, di sangue e di lotta per il potere.
A meta del 2300 la coscienza umana, la somma delle esperienze e dei ricordi, viene immagazzinata in una pila corticale e quando un corpo deteriora oppure è danneggiato è possibile trasferirla all'interno di un altro, all'interno di una nuova custodia.
Un processo costoso e non alla portata di tutti.
Laurens Bancroft, un Mat, uno dei membri di questa classe pressoché immortale, deve far luce sul proprio apparente suicidio, del quale non ha memoria. Ingaggia a questo scopo, con le cattive, Takeshi Kovacs, uno Spedi, un ex soldato dotato di speciali capacità.
Le indagini porteranno Kovacs nelle perversioni e nei timori di una società che, assieme alla paura della morte ha perso anche gran parte della propria umanità.
Perché lo consiglio?
Beh, certamente perché romanzo e miniserie si possono leggere e vedere separatamente, senza perdere niente. Godibili. Però se vengono messe assieme, a mio avviso, raggiungono un voto piuttosto alto di gradimento.
Da una parte il romanzo si concentra molto sull'ambiente e sulla società, sulle dinamiche che muovono i protagonisti. Indaga sul mistico della morte, sulle ragione del rifiutarla e su quelle che, al contrario, ne debbano portare all'inevitabile accettazione.
Morgan si da parecchio daffare nel riempire di contenuti il suo universo. Immagina e descrive la terra come una civiltà in decadenza ma non ne rimane vincolato, supera i confini della sfera azzurra e ci porta su Marte e sulle colonie esterne, in una via di mezzo tra il Far West e il Vietnam. Dove c'è vita e, paradossalmente, più umanità.
Un affresco sociale e storico che a volte fa perdere un po' il filo conduttore della storia.
Forse il finale, che al mio palato ha un gusto stanco, non è all'altezza del resto. Ma tutto sommato è un peccato che perdono volentieri.
Dalla sua parte la miniserie, che deve tantissimo a pellicole come Blade Runner e Minority Report, è un piacere per gli occhi.
Colori psichedelici e skyline futuristici fanno da sfondo ad un'indagine che si muove sinuosamente intrigante, senza perdere mai il filo cyberpunk. É giustamente sporca quando serve, con scene violente, con corpi spesso nudi quasi sempre perfetti, in contrasto alla realtà della storia, dove il corpo, la parte fisica dell'essere umano è una semplice custodia, un involucro costantemente mercificato e offeso.
Rispetto al romanzo la versione su schermo dà spessore ad alcuni dei personaggi che, sulla carta, sembravano appiattiti grazie alla bravura dei protagonisti, capaci di una mimica e un linguaggio del corpo appropriati e di una sceneggiatura in grado di supportarli adeguatamente.
Ecco così che diventano visibili i contrasti interiori e lancinanti di Laurens Bancrof e la curiosa vita privata dell'AI dell'Hotel Hendrix.
Una miniserie di qualità, che in accoppiata con la lettura del romanzo raggiunge la sua completezza.
E sono solo storie.