Scritto da Federica L. Mattei

Era il 1800 quando Babbo Natale, un vecchietto paffuto dalla lunga barba bianca, entrò a pieno titolo nella tradizione natalizia di diversi Paesi.
In realtà, la genesi di questo personaggio è rintracciabile nelle antiche origini cristiane risalenti al IV secolo quando San Nicola, vescovo di Myra, l’attuale Turchia, morì e divenne santo. Tra le varie leggende post mortem che lo riguardano, e grazie alle quali è ritenuto ancora oggi il protettore dei bambini, due sembrano avere avuto la meglio: la prima narra che Nicola, addolorato per il pianto di un padre talmente povero che le sue figlie sarebbero finite a fare le prostitute, decise di aiutare l’uomo lanciandogli attraverso la finestra, e per tre notti consecutive, tre sacchi pieni di monete come dote alle figlie. La terza notte però, trovando la finestra chiusa, Nicola si arrampicò sul tetto lasciando cadere il terzo sacco giù per il camino, alla fine del quale erano appese delle calze ad asciugare, facendo così la felicità dell’uomo e delle sue figlie.
La seconda che ci è giunta, invece, racconta che S. Nicola riportò in vita tre bambini uccisi e fatti a pezzi da un oste.
Suddette origini cristiane sarebbero la spiegazione del perché, in alcuni paesi dell’Europa, Babbo Natale sia ancora oggi rappresentato con abiti vescovili. Le reliquie del santo, o quel che ne resta, furono traslate da Myra a Bari dove nel 1087, per custodirle, fu costruita una basilica.
Per molti secoli il culto di San Nicola, e con esso la tradizione di fare i regali ai bambini, è stato celebrato il 6 dicembre ovvero il giorno della sua morte e, in alcune parti dell’Italia e dell’Europa, questa data è rimasta invariata.
Tuttavia, la riforma protestante del Cinquecento abolì il culto dei santi in gran parte dell’Europa del Nord, dando il via a una serie di rappresentazioni fantasiose del “portatore dei giocattoli”, fino ad arrivare ai primi dell'Ottocento quando, la fervida immaginazione di poeti e letterati, ha dato luogo ad una raffigurazione più moderna. Tuttavia, è a Thomas Nast, disegnatore e fumettista, che dobbiamo la versione del babbo natale che tutti conosciamo: quel vecchiettone corpulento dalla lunga barba bianca e vestito di rosso, che arriva dal Polo Nord viaggiando su una slitta trainata da renne.
Questa la panoramica storica.
Ora, in termini di credibilità del personaggio, al di là delle fattezze, c’è da chiedersi quali siano i processi mediante i quali un bambino riesce a pensare all’esistenza di questo vecchietto dispensa-giochi come plausibile. Il “pensiero magico” di cui dispone il bambino nei primi sette anni di vita, è caratterizzato dall’incapacità di distinguere i propri desideri e le proprie emozioni da quelle degli adulti, trascurandone il punto di vista (egocentrismo infantile).
L’animismo che li muove, inoltre, è quella tendenza ad attribuire a oggetti inanimati e/o non umani, possibilità di azione e di sentimento. Il bambino è convinto che i nomi delle cose siano contenuti nelle cose stesse e che, quindi, cambiando il nome cambi la sostanza (realismo infantile). Una delle conseguenze possibili è quella di alterare o di non comprendere i contenuti verbalizzati dall’adulto circa il possibile e il soggettivo, perciò non riuscire ad avere un riscontro oggettivo nella realtà percepibile. Il pensiero pre-causale, in cui la realtà esterna e interna al soggetto sono scarsamente differenziate, è caratterizzato dal pensiero magico. Tale pensiero, nel bambino, assolve diverse funzioni:

  1. Difensiva, dalla possibile ansia che prova di fronte a tutto ciò che gli è sconosciuto;
  2. Propiziatoria, ovvero il bambino si adopera per fare in modo che un evento si realizzi, attivando dei comportamenti anche non efficaci allo scopo;
  3. Conoscitiva: consente al bambino di controllare la sua presenza nel mondo.

Dunque, alla luce di quanto detto fin qui, è possibile comprendere come egli riesca a credere che le renne possano volare trainando una slitta magica guidata da un vecchietto che confeziona e distribuisce regali su richiesta.
Quando tale periodo caratterizzato dal pensiero magico volterà al termine, la criticità con la quale fare i conti, sarà il dubbio palesato dal bambino sull’effettiva esistenza di babbo natale. Il primo passo da fare è capire come mai egli ci stia rivolgendo questa domanda e le possibilità sono essenzialmente due: ha raggiunto un livello di maturità di pensiero che basta a comprendere che si tratta di un personaggio di fantasia o ha sentito qualche discorso in merito e si è insospettito.
Quello che possiamo fare, per evitare di farlo sentire sciocco – o ingannato – è chiedergli cosa pensa, che opinione ha al riguardo. Se sospetta che sia una fiaba, ma vuole ancora crederci, non è bene insistere nel sostenere il contrario poiché, se il bambino non è pronto ad accogliere la nostra confidenza, costringerlo potrà solo avere effetti negativi. Col tempo, infatti, sentirà da sé che il pensiero magico non è più in grado di assolvere la funzione di adattamento alla realtà e quindi avrà bisogno di modalità di pensiero di tipo logico.
Se, al contrario, afferma di avere dedotto da sé che non esiste, ma si sente in qualche modo tradito dagli adulti per aver supportato le sue fantasie, potreste raccontargli la storia di San Nicola, come ho fatto io nel pezzo, contestualizzando e dando forma a una figura realmente esistita. Oppure ancora, potreste parlarne come di uno spirito che si prende cura degli altri e che chiunque può incarnare, sebbene non con le stesse fattezze.
Qualunque sia la formula che deciderete di adottare per raccontargli la “realtà”, non abbiate fretta di farlo; narrare ai bambini di un mondo magico in cui gnomi, fate e prodi cavalieri proteggono e alimentano i sogni, non significa mentire loro, ma piuttosto parlare un linguaggio da piccoli, fin tanto che il bambino ne avrà bisogno.

Letture consigliate:

- Rudolph la renna dal naso rosso, creato da R. L. May e pubblicato in un libretto da M. Ward nel 1939;

- Canto di natale, di C. Dickens;

- La festa di natale, di C. Collodi;

- Il dono di natale, di G. Deledda.