Recensione a cura di Federica L. Mattei

Avevo sei anni quando nonno le ruppe una mano.
Ero in salotto, seduto al grande tavolo di legno. Tutto, a quell’età, mi sembrava troppo grande.
Stavo disegnando un camion, con un pennarello rosso.(…)Nonno le prese il braccio destro per il polso, lo ruotò e lo sbatté contro il vetro della porta che dava nella sala da pranzo, dov’ero seduto.
Fu un gesto rapido. Secco. Quasi mi parve di udirlo, quel lieve crack (grassetto mio), il rumore di una matita che si spezza. Poi il frastuono del vetro che si rompe all’impatto con la carne, dividendosi in tanti triangoli appuntiti, una pioggia di bagliori e lame affilate.(…)
Quando mi voltai, vidi una striscia rossa colare sui resti della vetrata. Un rivolo sottili si srotolava sulla superficie bianca fino a terra.
Nonna non mi guardò.
Non urlò.
Non disse niente.

Con questa parte di prologo Stefano Bonazzi ci introduce, senza mezze misure, ai contenuti di questo nuovo romanzo, dal sapore fortemente noir, diviso in quattro parti.
Dapprima un ragazzino, coi suoi occhi sprovveduti a causa dell’età e vulnerabili per indole, racconta l’avvicendarsi degli umori, dei comportamenti e delle violenze che è costretto a subire da parte del nonno, un uomo imponente ricurvo sulla sua malattia, sull’incapacità di comunicare, condividere, accettare gli altri. Un uomo complicato da gestire. Per chiunque.

Quando non era un orco, ai miei occhi nonno appariva come quei grossi cani randagi che mordono e abbaiano sempre a tutti. Quelli che bisogna legare alla catena e poi, ogni volta che devi uscire in cortile per sfamarli, ti fanno sobbalzare dalla paura, anche se loro si limitano a fissarti, standosene immobili vicino alla recinzione. Tu lo sai che c’è una catena di metallo fra te e loro, sai che non possono farti nulla finché ti tieni a distanza, eppure non vedi l’ora di andartene da quel dannato cortile per chiuderti il cancello alle spalle.

E quel cortile prende forma e concretezza nel tappeto rosso entro cui è obbligato a giocare, una sorta di gabbia senza sbarre, sul cui spazio restano vigili gli occhi severi dell’uomo.

A volte mi guardava di sbieco, con la coda dell’occhio. Io continuavo a combinare i mattoncini con una parvenza di senso, anche se mi tremavano le mani. Quando la fantasia non era sufficiente, mi concentravo sulle immagini delle confezioni. Mettevo un mattoncino sopra all’altro. (…) Il tetto aperto per metà, in modo da poter spostare gli abitanti della casa.
Ometti gialli tutti uguali. Tutti sorridenti allo stesso modo. Tutti silenziosi e discreti come me. Eppure tutti diversi, anche da me. (…)
Ognuno con la sua storia. Che gli avevo creato io, il loro Dio, anche se un vero Dio non dovrebbe avere paura di niente.

Ma certe cose un bambino le intuisce, le “sente” e deve farci i conti:

Certi giorni, quando si addormentava profondamente, mi sporgevo sullo stipite e osservavo il suo corpo gigantesco, immerso nella calura e nell’oscurità della stanza.(…)
Mi chiedevo se stesse costruendo anche lui delle storie, in quei momenti. Forse a lui servivano le medicine e l’alcool per fare quello che facevo io con i Lego, perché lui era più vecchio e con meno fantasia.(…)
Forse io e lui eravamo simili. Questo pensiero mi spaventava più di tutti, allora deglutendo lo spingevo in basso, sempre più in basso, fino a quando non finiva sepolto da qualche parte.
Perché io vedevo quello che c’era dentro di lui. Un seme nero, marcio, che puzzava di morte.(…)
Io sapevo che quel seme era schifoso e faceva vedere cose che non si dovrebbero vedere. Faceva pensare cose sbagliate.(…)
Cose che laceravano la carne. Cose che si facevano strada nelle ossa, che scavavano come tarme. Cose con cui non dovrebbe avere a che fare un bambino di dieci anni.

Ed è proprio quel seme nero a germogliare dentro il suo piccolo corpo di bambino, per poi diventare un fiore dai petali spaventosi, tristi, ambigui. Stelo di fragilità, di visioni, di solitudine. Foglie appassite dagli psicofarmaci, dagli incubi, dall’odio che come quel seme ha preso sembianze umane, di bambino solo e sprovveduto. In pericolo. Uno squilibrio mentale che porterà la storia di questo protagonista ad un epilogo inatteso, inaspettato, dal sapore metallico come quello del sangue.
Il rosso che si avvicenda continuamente: il pennarello, il tappeto, la camera oscura. Il sangue.
Credo che Bonazzi, con questo romanzo, sia riuscito a trasporre verità e bugia, a volte mescolandole, altre prendendosi gioco della storia stessa. Una scrittura profonda, mirata, consapevole. Un narrare che ti inchioda al testo, che ti fa riflettere, ti suggestiona, ti fa arrabbiare. Uno schiaffo di emozioni, di perché, che restano un po’ sospesi, tra il lettore e la malattia mentale del protagonista. E allora finisci di leggere e la sensazione è quella di restare intrappolata, confusa, a cercare di costruire nella testa delle risposte che sembrino plausibili, come faceva lui da bambino, con i suoi Lego. Su quel maledetto tappeto rosso.

Stefano Bonazzi