Scritto da Fabrizio Castellani

Ray Bradbury – Tim Hamilton

Quando di un romanzo, forse il più noto del grande autore statunitense, si possono contare ben due adattamenti cinematografici ufficiali, innumerevoli epigoni e riferimenti e un graphic novel di qualità, forse siamo di fronte ad un capolavoro.
Fahrenheit 451 lo è, per me, togliendo senza indugio il termine forse.
La trama del romanzo di Bradbury, uscito nei primi anni cinquanta come estensione di un precedente racconto, è piuttosto nota. Il pompiere Montag, in un'epoca in cui il lavoro dei pompieri è quello di bruciare le case di chi nasconde libri, ha una crisi di coscienza. Da quel momento, tra mille peripezie, Montag inizia a salvare alcuni libri e a leggerli di nascosto, arrivando a sviluppare la consapevolezza di vivere sotto un regime autoritario che mistifica la realtà e mantiene il potere con l'arma dell'ignoranza.
Leggenda vuole che Bradbury, già impressionato dai roghi dei libri di epoca nazista, una sera mentre era a passeggio per un rilassante dopocena in compagnia di un amico venisse fermato dalla polizia. Un controllo, niente più. Qualche fonte dice che fu un controllo piuttosto brusco e che fece lampeggiare nella testa di Bradbury un allarme: perché due amici a passeggio dovrebbero stare sotto l'occhio della polizia?
Perché controllare?
Pochi mesi dopo Fahrenheit 451 andò in stampa.
Un grande classico della letteratura, con evidenti analogie con altri grandi opere dello stesso periodo quale, per esempio 1984 di Orwell.
Argomenti del romanzo sono un futuro di sottomissione ad un regime autoritario, la gestione delle informazioni destinate alle masse, la censura, la guerra. Tutti elementi che compaiono nella storia di Bradbury. Tutto appare freddo, distante, sotto il controllo di un potere che mai compare e che tutto, però, vede.
Ma c'è l'uomo, Montag, che dopo una vita passata ad osservare le regole ha un momento di dubbio e compie quel passo che lo porta a raggiungere la consapevolezza della menzogna e di conseguenza, alla ribellione.
Ispirandosi alla versione cinematografica di Truffaut del 1966, che già di suo ripuliva in un certo senso di alcuni elementi pulp il romanzo, il bravo Tim Hamilton genera un graphic novel di grande impatto visivo, senza perdere niente della storia originale.
Perché leggerlo? Un romanzo che riesce a conquistare nuovi lettori a distanza di mezzo secolo dalla sua pubblicazione DEVE necessariamente avere una qualità superiore. Lo è, ovviamente, nella sua forma romanzata e lo è, ancora una volta, nel graphic novel.
In questa incarnazione grafica Hamilton bilancia perfettamente le didascalie e i dialoghi originali con un uso mirato dei tratti e del colore. I volti e i corpi sono sempre espressivi, anche quando l'azione divampa e le figure, spesso sotto la tagliola della penombra, non perdono mai misura e definizione. Spesso si nota la lezione del fumetto supereroistico e i personaggi sembrano crescere a dismisura oppure rimpicciolirsi, sempre in sintonia con la loro personalità.
Ecco allora il Montag tormentato ritratto spesso a capo chino, con gli occhi illuminati e il volto nascosto dalle ombre quando c'è da agire e poi al contrario, con un velo sullo sguardo quando l'azione latita ed arriva il momento della riflessione. C'è il pavido Faber, minuscolo, emaciato, gli occhi sempre nascosti dal disco color del latte degli occhiali. La moglie Mildred, soggiogata, lo sguardo sempre fisso, in ogni situazione.
Il Capitano Beatty, che combatte la propria guerra e la perde.
Ognuno di loro è tratteggiato con maestria. Un tratto spesso, pesante, esso stesso parte dell'angoscia che accompagna tutti i personaggi.
Il colore è usato in modo estremo, con toni chiari e freddi nei momenti di riflessione e con la saturazione dei gialli e dei rossi quando il fuoco diventa il protagonista della vignetta.
E nonostante si resti affascinati dalla qualità visiva dell'opera, la storia non perde un singolo atomo della sua forza, riuscendo a trasmettere per intero l'originale (e purtroppo attuale) messaggio di angoscia e ribellione.
Ed è solo un fumetto.
Ma anche un film (anzi due).
E più di tutti è un romanzo.