Recensione a cura di Federica L. Mattei

"Per prima cosa voglio parlarvi del parcheggio, perché è lì che tutto è cominciato."

Questa la scenografia, deserta e svogliata, dove i genitori annunciano a Giacomo, Chiara e Alice, l'arrivo di un fratellino. Giacomo ne è entusiasta almeno quanto il padre perché ora hanno la possibilità di "pareggiare" il numero ("due a due") delle donne in famiglia.
Non potendo farsi trovare impreparato a questo arrivo insperato, Giacomo chiede al padre di accompagnarlo a comprare un regalo:

"Mi serve un peluche forte, (grassetto mio) pensai, qualcosa che quando mio fratello lo vedrà sarà come se si stesse guardando allo specchio. (...) Poi lo vidi. (...) Il ghepardo. L'animale più agile e veloce, maestoso, regale. Già lo immaginavo: mio fratello il ghepardo" (grassetto mio).

Inizia da lì il viaggio immaginario e immaginifico di Giacomo, un percorso ricco di progetti, di sogni, di tempo da investire insieme al suo nuovo compagno, di vita e di giochi, che avrebbe accolto seduto su i suoi soli cinque anni.
Tuttavia, in un giorno qualunque, senza che ve ne fosse il sospetto, i tre fratelli vennero portati di nuovo nel parcheggio, sempre quello, per una seconda notizia:

"Abbiamo una cosa da dirvi... Riguarda vostro fratello.”
Papà le strinse la mano.
“Vostro fratello...” disse, e fece una pausa. “Ecco, vostro fratello sarà...speciale.”
(...)
“In che senso speciale?” chiesi io.
“Nel senso,” disse papà, “che sarà...diverso. Affettuoso, anzitutto. Molto. Moltissimo. E poi sorridente e gentile. E tranquillo. E con i suoi, ecco, diciamo con i suoi tempi.”
(...)
“E altre cose sue speciali che ancora non sappiamo, “ sorrise mamma.
(...)
Quella notte sognai un bambino-ghepardo con i superpoteri. Se era speciale, forse aveva i superpoteri."

Poi Giovanni arriva e, con lui, tante cose incomprensibili cui seguono deduzioni di una tenerezza esemplare:

Mamma uscì dal bagno e aprì la cassapanca per prendere gli asciugamani.
“Giacomo...” disse, con quella voce dolce e profonda al tempo stesso che mette su quando c'è della verità vera in quello che sta per dire, “nella vita ci sono cose che si possono governare, altre che bisogna prendere come vengono.” (...) “L'unica cosa che si può sempre scegliere è amare,” disse.
“Amare senza condizioni.”
In quel momento Chiara entrò in camera e venne a sedersi sul letto accanto a me. “Anche il suo catarro? “ chiese inserendosi nel discorso.
(...)
“E la lingua,” disse Alice, che era sgattaiolata in camera senza farsi vedere e ci aveva fatto una specie di agguato da dietro il letto. “Perché ha sempre la lingua di fuori?
In effetti anche quello era vero: mostrava sempre la lingua. (...) Forse sarebbe stato il primo Mazzariol in grado di usarla per toccarsi la punta del naso. Noi eravamo scarsi, in quello. Non potevamo essere sia arrampicatori di alberi, sia toccatori di nasi con la lingua. Sarebbe stato eccessivo.

E poi arriva il momento dell'apertura, doverosa e faticosa, verso l'esterno:

Passarono i primi tre anni, io andai in quarta elementare e lui, finalmente, venne iscritto all'asilo. (...) Il primo giorno lo accompagnammo tutti. Parcheggiammo davanti all'entrata e scendemmo dalla macchina. Per strada, sul marciapiedi, era pieno di bambini che correvano, urlavano, cadevano, abbracciavano i genitori, mentre loro, i genitori, parlavano con le maestre e con gli altri papà e le altre mamme.
Noi no.
Noi eravamo silenziosi come davanti a un tuffatore in procinto di lanciarsi dalla più alta delle scogliere.

E della consapevolezza che la diversità di cui si parlava all'inizio non è affatto legata ai superpoteri, ma alla parola Down  che trasforma l'entusiasmo iniziale in chiusura e vergogna. Il mondo interno di Giacomo cambia, portandosi dietro tutto il resto:

"Alla mia scuola non lo sa nessuno.”
“Davvero?”
“Sì.”
“Com'è possibile?”
“Semplicemente... non l'ho mai detto.”
“Perché?”
“Perché Gio non è pronto a essere... esposto. Il mondo se lo mangia uno come Gio. È la legge della giungla. O cacci o sei cacciato.”
(...)
“Comunque, se proprio devo essere sincero, la vedo dura che tu riesca a nascondere Gio. È una persona, mica un pacchetto di sigarette.”
(...)

Fu a quel punto che sentii me stesso dire: “Mi prenderebbero in giro.”
Vito si rizzò di nuovo. “Allora il problema non è che il mondo si mangi Gio. È che hai paura si mangi te."

Giacomo e Giovanni Mazzariol

 

 

 

 

 

 

La scelta di questa mia foto, a fine lettura, non è casuale: rappresenta tante cose. Il rosso amato da Giovanni, che è il colore con cui rappresentiamo romanticamente il cuore, e del sangue portatore di ossigeno nel corpo; una smorfia tipica di Gio, quella che assume mentre pensa, o finge di farlo, sul da farsi, ma soprattutto significa mostrarsi. Un esporsi che non ostenta nulla, ma che sta a significare che la diversità dev'essere una risorsa, occhi diversi con cui guardare alla vita, un motivo di crescita e di scoperta che non va nascosto, ma urlato.
Credo che Giacomo, grazie alla dolcezza della sua scrittura, abbia fatto centro su questo bersaglio, che è la paura del diverso, perforandolo. E dai fori, anche quelli più piccoli, si sa: entra la luce.

"Giovanni che ha tredici anni e un sorriso più largo dei suoi occhiali. Che ruba il cappello a un barbone e scappa via; che ama i dinosauri e il rosso; che va al cinema con una compagna, torna a casa e annuncia:" Mi sono sposato". Giovanni che balla in mezzo alla piazza (...) Giovanni è uno che fa ballare le piazze. Giovanni che il tempo sono sempre venti minuti, mai più di venti minuti: se uno va via in vacanza per un mese, è stato via venti minuti. Giovanni che sa essere estenuante, logorante, che ogni giorno va in giardino e porta un fiore alle sorelle. E se è inverno e non lo trova, porta loro foglie secche."