Scritto da Fabrizio Castellani

Nel paese del tango e delle grandi passioni Gardel, che si dice francese di nascita, siede alla tavola dei grandi.
Attore, compositore, chitarrista, una voce che l'Unesco più di quindici anni fa ha dichiarato patrimonio dell'Umanità. Uno dei figli prediletti d'Argentina, in questo curato graphic novel, è raccontato da una coppia storica di maestri del fumetto: Munoz ai disegni e Sampayo ai testi. Argentini pure loro.
Non siamo di fronte a una biografia, almeno non nel senso classico del termine. Sampayo qui imbastisce, con lo stratagemma dal taglio cinematografico di un confronto televisivo, una fitta sequenza di piccole storie nella storia.
Cerca l'uomo-mito Gardel nei racconti tramandati, nei sentito dire, nella mitologia urbana oramai vecchia di ottant'anni. Quegli episodi sono raccontati attraverso due grotteschi sfidanti televisivi nel tentativo di svelare chi realmente fosse la splendida voce capace di incantare le folle (si narra che dopo un concerto a Buenos Aires il pubblico lo portò in trionfo lungo le strade della città). Allude alla sua ambiguità politica e sessuale, indaga il suo rapporto con l'arte e con il cinema, racconta il mistero legato alla sua morte violenta, e prematura.
Episodi di vita vera e di vita inventata, romanzata, mitizzata. Non è un caso che il programma televisivo veda due sedicenti “esperti” discutere di Gardel come dell'Argentino “ideale”.
Scopriamo che non si è mai sposato e che l'unica donna a cui restò davvero legato per sempre fu la madre. Forse era omosessuale oppure, si chiedono, era troppo coinvolto con gli affetti della sua città, con gli amici e con la madre per avere una vera relazione?
Raccontano che viaggiò in lungo e in largo per le Americhe e l'Europa, cantando il tango e l'Argentina. Ma scappava da qualcuno? Oppure cercava qualche cosa?
Alcuni di questi episodi sono veri, documentati. Altri, più fumosi, hanno casa nel mito.
Un duetto con Duke Ellington sulle note di “Rubias de New York”, l'amicizia con la cantante Azucena Maizani, una sparatoria e un proiettile mai tolto da un polmone.
Anche la morte, avvenuta in aeroporto a Medellin nel 1935 quando aveva solo quarantotto anni, assume la forma dei sogni, con la leggenda che lo vuole ancora che vaga (e soprattutto che canta) per le foreste, sopravvissuto all'incidente aereo seppure sfigurato.
Flashback si alternano alla discussione tra i nostri due esperti, discussione che diventa sempre più aspra man mano che le certezze lasciano spazio alle ipotesi.
D'altra parte come possono gli uomini giudicare gli Dei?
Si pongono domande futili che nulla aggiungono o tolgono alla stella Gardel, domande che Sampayo usa per mostrare, per quel poco possibile, l'uomo nascosto dietro al mito.
Perché leggere questa storia?
Perché il racconto è intrigante, incuriosisce, si appiccica agli occhi e alle mani quasi come fosse qualcosa di catramoso. Fa respirare i ruggenti anni trenta ed esalta il Gardel pubblico, il suo aspetto impomatato, le sue maniere da gentiluomo, la sua notorietà. Diventa intimo quando insinua l'uomo Gardel nei momenti importanti, gustosa contrapposizione alla futilità del dibattito televisivo.
Le chine di Munoz, che di Sampayo è compagno di storie da sempre, sono inconfondibili. Non c'è traccia di ombreggiatura in queste pagine, ma solo bianco accecante e contorno nero, un nero assoluto, pieno.
Ogni vignetta è zeppa di figure così come lo fu la vita da Gardel. Dove avanza uno spazio Munoz infila i testi delle sue canzoni (se ne contano oltre novecento) e mescola il vero con l'immaginario quando il protagonista passeggia al fianco di suonatori di violino e di passanti, che raffigura come animali.
Un po' realtà, un po' sogno, uno di quei sogni che si fanno quando la sveglia ha già suonato ma facciamo finta che no, che è ancora presto per cominciare la giornata.
Munoz e Sampayo riescono a farci sentire il profumo del mistero, il calore della passione, il ritmo della musica. Non è poco per dei tratti neri su foglio bianco.
Ed è solo un fumetto.