Scritto da Tiziana Tafani

Ho sempre avuto l’ardore di camminare sui tacchi a spillo. Mi incantavo davanti alle vetrine dei coutourieres e immaginavo gli occhi che mi avrebbero guardata mentre camminavo scivolando languida sul banale catrame delle nostre orrende strade, perché è così che si portano i tacchi a spillo, non nelle feste con l’odore di cipria e lo champagne nelle coppe, lì è tutto uguale e il tuo volo diventa poco meno che una mossa di papera.
Lì no. Ho camminato ogni giorno impavida sui marciapiedi lerci di città ostili alla bellezza, consapevole del soffio dei miei passi, della loro difficile armonia con la terra e con il corpo che ci stava sopra. Perché forse i tacchi a spillo sarebbero la naturale estremità di una silfide ed io certo non lo sono, ma quando mi guardavo allo specchio (le poche volte che lo faccio perché con me stessa non amo perdere tempo) mi piaceva il mio culo rotondo sopra quei tacchi perché mi sembrava la giusta compensazione alla lirica struttura che natura mi aveva negato. E ne ho comprati tanti, di tacchi a spillo, alla faccia dei miei pochi soldi, perché la fede nella vanità è l’unica che io abbia mai praticato e allora era inutile starci tanto a pensare sopra, ma poi pensare a che, solo i desideri comprendono l’urgenza della vanità ed io li sempre assecondati con devozione, mi pareva giusto così.
Ed anche per un’altra ragione, perché io che sono fatta di una materia che si sgretola con un soffio e ho il cuore sempre esposto a tutti i venti, con i tacchi a spillo mi sento più protetta, come se acquistassi la sicurezza delle cattive ragazze, lasciandomi indietro le tenerezze della donna che veramente sono.
E questa cosa l’aveva pensata anche lui, quel gran dio di scrittura e di aspetto che dall’altra parte del pianeta si concentrò su un amore consumato in segmenti non coevi con una ragazza che camminava sui tacchi a spillo.
Mario Vargas Llosa si invischia in una passione estrema con la ragazza cattiva a cui dedica il libro (Avventure della ragazza cattiva, Ed Einaudi), che trascina la ferrea signorilità di Ricardo, lo scrittore protagonista, in tutta una serie di avventure collezionate passando dall’Europa all’America latina, senza risparmiarsi nessun disastro e sempre percorrendo le pagine della partitura con un paio di tacchi a spillo che divengono poi, per l’appunto, l’icona della ragazza cattiva. Che tra andare e venire mastica nei suoi tormenti il cuore di Ricardo abbandonato in una forma anomala sul finale.