Scritto da Federica L. Mattei

È un dato difficilmente discutibile che, per diverse ragioni, la maggior parte del pubblico televisivo sia costituito da bambini. Certamente una di queste è rappresentata da quell’effetto di babysitteraggio proprio di certe organizzazioni familiari; una baby sitter economica, accessibile in qualsiasi momento e con una varianza di canali in un numero imbarazzante. Tuttavia, l’età di esordio come fruitore, l’intensità e la frequenza nell’utilizzo dell’apparecchio fanno la differenza sull’influenza che la tv esercita sul loro mondo infantile.
La televisione riproduce di rado le cose per come sono nella realtà e, mentre un adulto è in grado di distinguere il reale dalla finzione, per un bambino la faccenda è molto più complessa.
Egli deve mettere in campo tutte le sue competenze cognitive e le esperienze pregresse per poter decidere se una data circostanza o un certo personaggio siano reali o frutto di finzione. In aggiunta, il bambino deve riflettere sulla relazione esistente tra mondo reale e mondo mediato; le inferenze che ne derivano e i significati attribuiti sono mutevoli e influenzati dalle esperienze di vita che il bambino via via acquisisce.
Il piccolo fruitore è chiamato a processare e riconoscere la differenza tra l’oggetto reale ovvero che esiste nella realtà, che può essere percepito nelle sue caratteristiche e proprietà, e l’oggetto apparente cioè quell’oggetto, quella cosa che si palesa in modo illusorio, che non ha proprietà misurabili e che talvolta assume sembianze diverse da quelle che avrebbe se fosse reale.
Riuscire in questa distinzione consente al bambino non solo di comprendere le esperienze, ma anche di categorizzarle. Parlo di esperienze perché tutti i processi sinora menzionati non riguardano solo oggetti o personaggi, ma si estendono anche alle relazioni interpersonali (Favell, 1983).
Secondo alcuni autori, la competenza di saper distinguere tra reale e apparente si manifesta intorno ai 3-4 anni di età, periodo in cui il bambino acquisisce quelle competenze cognitive necessarie per poter comprendere il funzionamento dei processi mentali. Queste abilità sono conosciute come Teoria della mente secondo cui a quell’età il piccolo sa distinguere tra oggetti pensati e oggetti reali. A questo si aggiunge la capacità di inferire il “far finta”, voluto o meno, degli altri nel tentativo di raggiungere degli scopi.
Il passaggio successivo riguarda l’abilità di comprendere che gli oggetti possono essere rappresentati in vari modi e che ogni persona può avere una rappresentazione diversa di un dato oggetto rispetto a tutti gli altri.
Volendo scomodare Piaget (non mi riesce mai di non nominarlo), le abilità di cui ho accennato sono possibili solo a partire dal periodo delle operazioni concrete (6-8 anni) poiché solo allora il bambino è in grado di trasformare le informazioni che provengono dall’esterno facendo leva su due importanti skills:

  • Il decentramento cioè la capacità di mantenere l’attenzione simultanea su due aspetti diversi di uno stesso oggetto e comprenderne i rapporti reciproci;
  • Il principio di identità ovvero che gli attributi di un oggetto non posso modificarsi.

Ma non è solo la finzione ad assumere un ruolo importante nel contrapporsi alla realtà; c’è da considerare anche il mondo fantastico o immaginario del bambino che ha un peso specifico notevole, e su cui tornerò a ragionare presto.