Scritto da Federica L. Mattei

C’era una volta un testo universitario che ricordo di aver amato molto, che affrontava la problematica dei linguaggi, verbali e non, che si mettono in atto nella relazione tra alunno e insegnante. Ne parlo perché quella del “corpo in classe” (De Stasio/D’Alessio, Carocci 2005), è una questione a cui non si dedica sufficiente attenzione.
Anzitutto un atto comunicativo è prodotto dal comunicatore e interpretato dal destinatario sulla base di una molteplicità di segni di significazione e di segnalazione. Ma, oltre al codice linguistico, i comunicanti utilizzano dei sistemi extralinguistici non verbali tra cui:
- Il prossemico, che si rifà alla percezione-organizzazione-uso dello spazio e della distanza tra sé e gli altri interlocutori;
- Il cinesico, che comprende le espressioni facciali, i movimenti oculari e del corpo.
Il linguaggio verbale, quello prossemico e quello cinesico lavorano sinergicamente alla formazione della costruzione di un significato. Dire se e quale dei tre possa in qualche misura prevalere sull’altro spetta alle ricerche scientifiche sul tema e ci riguarda poco; l’aspetto che, invece, mi preme sottolineare è ciò che di non verbale un insegnante attiva all’interno del suo gruppo classe.
Il comportamento non verbale e gli elementi para-verbali messi in atto dall’insegnante influenzano maggiormente i comportamenti relazionali (approvazione, accettazione o rifiuto) piuttosto che quelli di tipo cognitivo/didattico e hanno la capacità di veicolare dei rinforzi importanti per gli alunni. Di certo il clima emotivo e affettivo in cui i bambini sono chiamati ad apprendere, gioca un ruolo fondamentale ai fini del raggiungimento di buoni risultati scolastici. Come sostenuto da Neill (1991), i bambini sono molto attenti agli aspetti non verbali della comunicazione, e quindi anche di quella del proprio insegnante, come ad esempio il controllo, la gentilezza nel dire le cose, il sorriso.
Ford e Lerner (1992), nei loro studi, sottolineano quanto il feedback positivo aumenti la discrepanza tra gli stati effettivi e quelli desiderati, stimolando al cambiamento. Tuttavia, se da una parte la comunicazione non verbale può e deve integrare quella verbale, dall’altra delle volte rischia di veicolare un messaggio discordante o addirittura contraddittorio con quanto affermato con le parole. Questa incongruenza, che i bambini non hanno difficoltà a cogliere, prende il nome di double bind (doppio vincolo) individuato da alcuni autori nel 1967 in ambito psichiatrico, e poi esteso anche nel contesto della comunicazione educativa. Avendo accennato al sistema (extralinguistico) prossemico, mi pare doveroso indugiare su quanto sia importante la gestione dello spazio interpersonale ai fini dell’apprendimento. Chiamare gli alunni per nome, sorridere, muoversi tra i banchi, agganciare spesso lo sguardo di ciascuno sono tutti atti comunicativi non verbali che garantiscono l’ottenimento di livelli di attenzione più alti e, quindi, risultati scolastici ottimali. Perché questo si realizzi è importante che i banchi siano tutti rivolti verso l’insegnante, che vi sia uno spazio adeguato tra l’uno e l’altro affinché l’insegnante possa passarci attraverso attivando tutte le dinamiche non verbali su cui mi è premuto ragionare. Bambini distratti potrebbero essere il risultato di un insegnante con scarse capacità comunicative extralinguistiche. Dobbiamo tenerne conto.