Scritto da Tiziana Tafani

Giovanni era il padre di mio nonno, quello di cui porto il nome. Nella scombinata geometria degli incroci che hanno preceduto la mia nascita, tanto per dire, si sono succeduti personaggi eccentrici, le cui singolari esistenze, tradotte al presente, danno come risultato la donna che sono. O quanto meno fanno pensare che alla fin fine questo disastro non è stata tutta colpa mia.
Giovanni aveva un passato, come da tradizione, squinternato: lo avevano preceduto generazioni di persone che avevano trascorso l’esistenza sperperando, anno dopo anno con una costanza sorprendente, un patrimonio che partiva dalla Firenze ricca di altri secoli e che lì terminò.
Per avventura, un giorno che accompagnava suo padre a teatro – non per diletto, ma per lavoro – un impresario che vide i biondi figli di Giuseppe, morbidi ed eterei come nuvole, decise per tutti che il loro futuro sarebbe stato il teatro.
Giovanni era bello, elegante e temerario. Contro ogni probabilità e quasi al limite dell’incoscienza, il passo che scelse di camminare fu quello lieve dell’acrobata.
Appare nei dagherrotipi con quell’immagine intensa che lasciava di sé, quella bella espressione fiera, i capelli sottili, il fisico di una statua.
Nessuno dei suoi figli fu bello come lui, neanche Corrado mio nonno, che era a sua volta un tipo straordinario – nel senso di non ordinario – e che studiandolo con attenzione aveva espropriato a tutti la toscanità prepotente che si portavano nei geni.
L’acrobata trascorse la propria giovinezza a passeggio sulle corde e a lanciarsi nel vuoto, quando il vuoto era un vuoto reale e nessun ostacolo si frapponeva tra la destrezza e l’errore. Deve essere stata una vita irrespirabile, irripetibile.
Poi in una delle tante corse da un posto all’altro si fermò quando conobbe la nonna. Che anche lì la storia si complica perché la nonna apparteneva ad una famiglia di artisti che affrescavano chiese, anche loro nomadi, dediti al bello, incuranti di tutto il resto, una catastrofe genetica assicurata.
I beneinformati mi raccontano - perché tutti quelli di casa mia paiono afflitti da una perdita di memoria irreversibile che non ci consente di ricostruire il passato se non a partire dal 1971 cioè dal terremoto di Tuscania ad oggi, – che ebbero un amore scandaloso, che vissero more uxorio generando figli e che per farlo sposare chiusero Giovanni con uno stratagemma in una chiesa di campagna vicina al lago di Bolsena, che fosse addirittura più vecchio della nonna Maria. Dovevano essere due tipi veramente fuori dell’ordinario perché bellamente se ne fregarono.
Iniziarono una nuova forma di nomadismo per poter campare e Giovanni, che era un gran furbo e sapeva leggere e scrivere (cosa nemmeno tanto usuale per l’epoca) ebbe a planare in un paese ai piedi di Orvieto, mentre gli artisti della bottega di Maria nello stesso Paese si dedicavano agli affreschi della Chiesa. Quando ci entro li guardo, quegli angeli, la croce sul soffitto; vorrei poterla toccare e in essa ritrovare un pezzo della mia storia che nelle tante circonvoluzioni ha lasciato tracce di sé.
Nella maestosa campagna che lo accolse, Giovanni si inventò un bel metodo di irrigazione e, guarda tu, si mise a fare il fabbro con la brochure esplicativa e tutto il resto, riscuotendo un successo non da poco. Anche i suoi figli decisero di abbandonare lo spettacolo, diventare stanziali e mettersi a battere il ferro.
Ma a quel punto l’acrobata era uno Ziggy Stardust impolverato.
Si doveva inventare qualcosa. Nel giro di poco, oltre alla bottega di artigiano del ferro, intraprese una piccola impresa dove la nonna prese potentemente le redini e tirò su un piccolo impero.
Poi siamo venuti tutti noi, uno con le idee più confuse dell’altro, e adesso di questo patriarcato resta solo una bambina, una bambina con quel nome, anche lei bionda, altera e con i capelli sottili. Si chiama Giorgia. Una storia che finisce con uno solo, come Cent’anni di solitudine. (G.G. Marquez, Ed. Gli Struzzi di Feltrinelli).