Scritto da Federica L. Mattei

Nella precedente riflessione riguardante il rapporto bambino/tv, mi sono dilungata sulla capacità dei bambini di distinguere la realtà dall’apparenza e sui processi cognitivi grazie ai quali tale distinzione diventa possibile. Ora la domanda è: come i bambini operano questa distinzione?
Anzitutto, bisogna tener conto del pensiero fantastico a cui il bambino si rifà quando non riesce a spiegarsi il comportamento fisico di un oggetto (così affida la responsabilità di ciò che succede a delle forze magiche), e delle supposizioni che i bambini muovono rispetto all’esistenza reale dei personaggi che appartengono al mondo fantastico (Woolley, 1997).
La televisione rappresenta un mediatore di immagini e di informazioni che non sempre rispecchiano la realtà (come nel caso di film o di cartoni animati). Il bambino è chiamato a gestire queste informazioni e a interpretare in modo efficace il messaggio mediatico; tale alfabetizzazione mediatica è possibile se il bambino riesce a distinguere gli eventi reali da quelli apparenti.
Molti studiosi, tra cui la Feshbach, nell’indagare la capacità dei bambini di processare tali differenze, hanno considerato la realtà percepita come una variabile interveniente responsabile degli effetti che la TV produce sul telespettatore e hanno evidenziato che tanto più i piccoli fruitori percepiscono come reali certi programmi televisivi maggiore sarà l’influenza esercitata da tali programmi sul loro comportamento.
Le ipotesi e le teorie di Feshbach (1972) si fondano sull’assunto secondo cui se è vero che nel mondo fantastico il bambino vive delle situazioni che prescindono la realtà senza dover in essa proiettare alcun contenuto, le emozioni e l’emotività scaturite dalla visione di un film, dal contenuto reale, permangono nel bambino fino a spingerlo a sfogarle attraverso un comportamento agito. L'autrice sostiene che mentre le tendenze aggressive del bambino tendono ad affievolirsi dopo la visione di un contenuto fantastico, a ridosso della visione di contenuti ritenuti reali l’aggressività aumenta. Ora, il nodo sta nel capire cosa si intende per “realtà televisiva” e questo è possibile analizzando i criteri interpretativi che lo spettatore sviluppa al fine di interpretare le varie dimensioni che compongono tale realtà.
Secondo Hawkins (1977) due di questi criteri sono:

  • La finestra magica intesa come il grado in cui il bambino considera la TV giustappunto come una finestra da cui guardare gli eventi che accadono nel mondo reale interrogandosi sulla loro autenticità o finzione;
  • Le aspettative sociali ovvero il bambino confronta il contenuto televisivo con quello reale riconoscendolo come fattibile o meno.

Gli altri criteri individuati da altri studiosi sono:

  • Criterio della possibilità: che l’evento visto in televisione possa accadere nella vita reale; se l’evento è ritenuto possibile allora il programma viene considerato reale;
  • Criterio della probabilità: che l’evento visto in TV possa accadere anche nella vita reale; questo criterio viene usato a partire dagli undici anni e permane anche nell’adulto.

Alla luce di criteri e strategie teoriche di cui mi sono fatta portavoce, gli aspetti su cui vorrei soffermarmi a questo punto sono due: la funzione di mediatore relazionale assolta dalla tivvù e i danni prodotti.

Per quanto riguarda il primo aspetto, mi è capitato più volte di sentire un genitore affermare, con una certa convinzione, di quanto la televisione rappresenti per sé stesso l’occasione di avere del tempo a disposizione (qualcuno non lo dice, ma lo pensa). Il bambino intrattenuto dallo schermo ci fa tirare un sospiro di sollievo, ci fa mettere in pari con le faccende di casa o, più semplicemente, ci restituisce del tempo. A questo si aggiunge, in taluni casi, l’incapacità di relazionarsi col proprio figlio per cui la TV diventa un mediatore in grado di riempire coi rumori le parole che mancano. Credo che questi aspetti, più propriamente “emozionali” abbiano lo stesso peso dei danni che, oggettivamente, l’eccessiva esposizione allo schermo produce.
Vi siete mai chiesti perché un bambino davanti alla tivvù si ipnotizza? Ebbene, da alcuni studi è emerso che il cervello umano non è in grado di elaborare più di dieci stimoli visivi al secondo; i segnali luminosi della TV sono molto rapidi per cui l’occhio, non in grado di percepirli tutti, viene esposto all’illusione di un’immagine quasi reale in grado di muoversi, le informazioni entrano nel subconscio senza ricevere alcun filtro poiché la presa di coscienza dei dati viene inibita e, mentre gli stimoli luminosi e sonori tengono i sensi sovraeccitati, il cervello, e in particolare l’emisfero destro sede dell’attività onirica, dell’intuizione e dell’immaginazione, viene invaso e “spento”.
Altri studi hanno dimostrato che bambini esposti precocemente davanti allo schermo (qui parlo di TV ma sono inclusi cellulari, tablet e quant’altro), subiscono una vera e propria lesione di quel meccanismo neuronale che sta alla base della capacità attentiva e del controllo degli impulsi nervosi. Alcuni studi del 2004 hanno evidenziato che quanto più i bambini piccoli (1-3 anni) venivano esposti alla tivvù tanto più alte sarebbero state le possibilità di sviluppare sintomi ADHD ovvero Sindrome da deficit di attenzione e iperattività.
In conclusione, alla luce di quanto discusso credo sia importante che l’esposizione giornaliera agli schermi non superi la mezz’ora e che alcuni contenuti possano essere contestualizzati al fine di non ledere a quel meraviglioso mondo che è l’immaginazione infantile.