Scritto da Fabrizio Castellani

Dopo Ortolani, questa rubrica oggi invita a scoprire un altro grande autore italiano, ZeroCalcare.
Kobane Calling è un diario di viaggio “di parte”, come ha dichiarato in un'intervista il suo autore. Un diario che è autoanalisi, è uno “spiegone” della guerra che ha travolto Kobane e che devasta i territori curdi del Rojava, compressi tra Turchia, Iraq e Siria, è un racconto di persone, sulle persone, sulla loro umanità.
Zerocalcare, tra la fine del 2014 e la metà del 2015, compie due viaggi nei territori curdi, nell'intento di portare aiuti umanitari e di raccontare una storia dal punto di vista alternativo, più profondo, di chi “è stato lì”. Di chi ha parlato con la gente, ha dormito-mangiato-sorriso e pianto con loro. Ci riesce alla grande e ci regala un bel volume, più di 250 tavole, che ti strappano a volte un sorriso e a volte il cuore tutto intero.
Si impara molto, leggendolo.
Il tratto grasso, e a volte caricaturale di ZeroCalcare, ci fa sfilare davanti agli occhi il dramma del popolo curdo, circondato e vessato, desideroso di essere riconosciuto come tale. Un popolo che lotta con la Turchia da una parte, con i Jihadisti dell'Isis dall'altra e pure, per non farsi mancare nulla, con il regime siriano di Assad. Ho capito molte più cose leggendo questo corposo volume piuttosto che da migliaia di notizie ascoltate al TG, da ore passate davanti alla TV o sfogliando i giornali.
Sui curdi, sull'Islam, sul ruolo della donna. Il PKK, gli interventi interni, la posizione internazionale di USA e UE, i media. Una lezione di parte, come dice lo stesso Calcare, ma una lezione limpida e cristallina.
Un ragazzo sopra i trent'anni, cresciuto tra Rebibbia e Tatooine, tra Centri sociali e Ken il Guerriero, un giorno si imbarca con alcuni amici e parte alla scoperta del Rojava, uno spicchio di terra al confine tra Turchia e Siria. Esplora questo posto, vive con la popolazione locale e quello che sente, che prova, lui lo disegna. Ci trasmette i sentimenti: la paura, la voglia di leggerezza, lo stupore, la mancanza di casa, la necessità di avere certezze confortanti e di tendere lo sguardo verso un orizzonte diverso, un orizzonte dal sapore buono a cui aspirare.
Lo fa con una nota di disincanto, con le figure familiari che tanto piacciono e che ci fanno sentire al sicuro: il Mammuth-Rebibbia, la Mamma-Chioccia, l'Armadillo-Coscienza.
Ci mette in ansia con splashpage scure, che trasmettono un vuoto pericoloso, fatto di ombre in agguato e di pericoli che stanno solo “a tre fermate di metro”.
Ci stupisce e ci commuove raccontando la normalità di personaggi che cucinano con un mitra a tracolla, che pagano con un esilio volontario condanne infinite per aver protestato e difeso le proprie idee, che rischiano (e perdono) la vita combattendo per un ideale.
Regala risate quando racconta la reazione della mamma alla notizia della partenza: "Stai attento, vero? Guidano peggio che a Napoli, là", o quando cita un altro grandissimo del disegno, Gipi: "Se ero Gipi e sapevo fare gli aquarelli 'sti paesaggi potevano venire una bomba, invece disegno coi pennarelli."
Dona umanità, con tutto il cuore.
Da questo diario è nato “Kobane Calling-On stage”, una piece teatrale a cura di N.Zaravagli.
Ho avuto occasione di vederla, è debbo dire che rende molto bene lo spirito del libro, pur giocoforza semplificando alcuni passaggi. Si ride, ci si spaventa, si sente un crampo allo stomaco. Credo che ZeroCalcare, oltre al racconto, volesse far si che il lettore leggesse con il cuore. Il cuore si modella con il sangue, con i bozzi e le cicatrici, dice ad un certo punto.
Quando giri l'ultima pagina di Kobane Calling, quando si chiude il sipario di On Stage, il tuo cuore non è lo stesso di quando lo hai preso tra le mani, di quando ti sei seduto in platea e, nel brusio che scema, le luci si sono abbassate.
E se ci pensi questo è bellissimo, per essere solo un fumetto.

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#Kobane calling on stage