Scritto da Federica L. Mattei

Mentre parliamo proponiamo al nostro interlocutore una serie di significati sia attraverso il linguaggio non verbale di ho già parlato in un precedente articolo, sia utilizzando i due concetti di significato “visibile” che caratterizzano le parole: un significato più propriamente concettuale che descrive la parola per quello che è (es. ago: strumento in acciaio, sottile e acuminato), e un significato associativo che connota la parola per quello che evoca (es. ago: malattia, sangue oppure ricamare).
Ma le parole hanno anche delle caratteristiche che li differenziano le une dalle altre ovvero i ruoli semantici: l’agente che in una frase è l’entità che svolge l’azione (non si tratta necessariamente di entità umane come nella frase “il vento smosse le fronde”); il tema è l’entità coinvolta nell’azione.
Quando un agente utilizza un’altra entità per svolgere un’azione, tale altra entità svolge il ruolo di strumento mentre quando l’entità non svolge l’azione ma è in grado di provare un sentimento svolgerà il ruolo semantico di esperiente.
Oltre a ricoprire dei ruoli semantici (ci sono anche il locativo, la fonte e la meta che sono per così dire di “luogo”), le parole godono di una relazione lessicale che fornisce ulteriori significati.
Tali relazioni sono:
1- la sinonimia: ovvero quelle parole dette sinonimi che hanno un significato molto simile tra loro;
2- l'antonimia: ovvero quelle parole dette antonimi che hanno significati opposti tra di loro (e si dividono in graduabili, non graduabili e reversibili);
3- l'iponimia: ovvero quando il significato di una parola è incluso in quello di un’altra come nel caso di verdura/melanzana.
Oltre a tutti questi aspetti menzionati sinora esiste un significato più profondo di un enunciato che riguarda ciò che il parlante intende dire. Lo studio di tale prospettiva comunicativa prende il nome di pragmatica.
Per poter cogliere il significato invisibile di ciò che il parlante vuole comunicare, dobbiamo appellarci a tutta una serie di assunti e aspettative condivise che vanno al di là del significato concettuale delle parole. Uno degli elementi che ci aiuta a comprendere i significati è certamente il contesto fisico in cui il vocabolo è inserito cioè le altre parole contenute nella frase.
Tuttavia, esistono delle parole (le espressioni deittiche quali tu, lei, domani, qua ecc.) che non si possono interpretare se non si conosce il contesto a cui il parlante si sta riferendo e. talvolta, il parlante stesso.
Più in generale, le parole di per sé non si riferiscono a nulla; è il parlante che utilizza il linguaggio per permettere all’ascoltatore di identificare un significato. Questo processo è definito riferimento.
Ma c’è di più.
Affinché un atto di riferimento abbia successo bisogna che l’ascoltatore possa usufruire di qualunque informazione aggiuntiva per mettere in relazione le parole coi contenuti e comprendere anche il non detto.
Credo che per comprendere fino in fondo un contenuto comunicativo sia necessario un processo di interpretazione di ciò che una persona intende dire e di una buona capacità di analisi del discorso.
Ma di questo aspetto parlerò la prossima volta.