Scritto da Tiziana Tafani

Era un pigro pomeriggio, stavo insieme a mia madre. È stata tutta colpa sua.
Dallo schermo della televisione scendeva la scale di un vecchio film in bianco e nero un ragazzo alto, che si rivolgeva a Ingrid Bergman con un sorriso che, per quanto io abbia continuato a cercare in giro per il mondo, non mi è capitato più di vedere.
Mi ricordo che indossava un principe di Galles quasi offensivo per quanto era perfetto, e tutta la sua persona emanava una luce, uno stile, un’eleganza che, al suo cospetto, ci faceva sembrare tutti squallide marionette.
Seguii quel film con un’attenzione incredula, mia madre qua e là mi spiegava come si chiamava quella creatura incantevole che, nonostante gli importanti film girati, non aveva avuto molto successo.
Non avevo molto da fare, in quel periodo - a pensarci bene non ho avuto mai molto da fare in nessun periodo, in fatto di uomini – quindi mi concessi mesi interi  per ricostruire la sua storia e cercaretutto quello che aveva fatto. E guardate che non fu affatto facile.
Di una bellezza imponente, ricordo i sui dolcevita neri, le mani bellissime che uscivano dai polsi di camicie immacolate che si ostinava a portare aperti, lo sguardo di Norman Bates mentre guarda la mosca nella scena finale di Psycho.
Da una figlia degli anni ottanta poteva essere poco convenzionale, ma capita a tutte le ragazzine di perdere la testa per un divo di celluloide e a me è accaduto con questo signore.
Il suo eroismo era tutto nell'eleganza ineffabile.
Era l’incarnazione di quello che mi interessava che un umo avesse. L’eleganza, l’eleganza è tutto. Spesso mi domando ancora perché gli uomini si ostinino a sfinirsi tra diete e addominali.
Sono cose che non interessano alle donne, forse sono cose che non interessano proprio.
E invece di questo avverto il bisogno, cioè di una presenza austera e nobile che faccia ascoltare al mondo, e a me per prima, il silenzio dello spazio che occupa.
C’era nel suo movimento, nell’eleganza del suo corpo una simmetrica sintonia con il ciclo della vita , che lo rendeva costantemente coevo con l’espressione che stava per nascergli sul viso.
Non ho mai creduto che fosse un attore, molte testimonianze affermano che fosse pazzo.
Ne ho lette tante su di lui, scemenze inventate a sfracello per distruggere la sua vita, come se la disambiguazione della perfezione ci rendesse di colpo tutti più felici.
Ma in tutta serenità, e ad un’età ragguardevole, affermo che è stato lui il più bello. E che per quando possa essere superficiale, anche io mi sono abbandonata a questo esercizio.
E vorrei corrergli dietro, per le scale di un palazzo di Parigi, proprio come faceva Ingrid Bergman, nell’urlo disperato di un amore immorale, per gridarglielo anche io. Sono vecchia, Philip, sono vecchia.