Scritto da Tiziana Tafani

No, decisamente quel quadro sopra il mio letto non c’entrava niente. Non per altro, ma perché ho sempre pensato di avere una maggiore dimestichezza di cuore con i poeti e non con i santi, e quindi se qualcuno mi doveva proteggere non poteva che essere un poeta. Così, in un luminoso giorno di giugno della mi faticosa adolescenza, staccai senza rimpianti una bella effigie della Santa Vergine ed al suo posto appesi un languido ritratto di Leopardi, che sta ancora lì al suo posto dopo tutti questi anni, senza avere mai esaudito una soltanto delle mie preghiere. Potrebbe sembrare una stravaganza, ma non lo era affatto. E con estrema serenità posso dichiarare che tutte le sere in cui ho dormito in quel letto, recitavo le preghiere a Leopardi perché mi aiutasse a fare quello che lui stesso aveva fatto con grande fatica: sopravvivere. Eppure non ne avevo i mezzi e certamente le aspettative e certamente le capacità. Ma questo non mi ha mai dissuaso dall’idea che nell’anima di Leopardi si celasse la decodifica astratta della mia costellazione spirituale. Che è un modo artificioso per dire che se avessi saputo scrivere, se avessi avuto il dono di esprimere con le parole il furore che mi traboccava dal cuore, sarei stata Leopardi; invece mi ero ritrovata incastrata in questo corpo che non era né maschio né femmina e da qualche parte dovevo pure riconoscermi. Leopardi non era un poeta. Leopardi era una star. Leopardi aveva avuto la capacità di segnare un’epoca, di cambiare i colori, di vestirsi come un giullare conservando il languore che la vita gli aveva donato.
Probabilmente, se non lo avessi incontrato mi sarei quasi arrischiata ad intraprendere con benevolenza di spirito il mestiere di poeta. Ma Leopardi aveva costruito, parola dopo parola, il muro invalicabile di una qualche certa perfezione che confrontato con lui rendeva inutile, se non addirittura ottuso, l’esercizio della scrittura.
Non ne avevo un’opinione che riuscivo a rintracciare nei libri di scuola, su cui parlavano del suo pessimismo e lo rinchiudevano in una stanza dove non avrebbe potuto trovare nessuno dei suoi colori. A me è sempre sembrato diverso. Cinico, immenso, nella sua capacità di guardare la realtà dritta negli occhi e restituirci la sua anima scorticata senza nessuno sconto alla pietà. Non aveva niente del pessimista compiaciuto che quelli più bravi di me ci hanno visto.
Io ho letto pagine di canzoni inzeppate di una rabbia indescrivibile, di un eroismo implacabile, di una capacità di sacrificio che rasentava le altezze più tortuose del pensiero speculativo. Era anche allegro, se uno si mettesse ad approfondire le cose e non si lasciasse suggestionare dal giudizio. Nelle pagine che ha scritto ho ritrovato un acume aspro che mi ha sempre accompagnata. L’ho studiato per una vita e non credo che smetterò mai di farlo. Ma sono anche consapevole che nessuno mi permetterà di raccontare il mio Leopardi, credente ed anticlericale, appassionato eppure irridente di sé stesso. Continueranno a dipingerlo come il tormentato per la villa di Recanati, quello annoiato dalla sua stessa ricchezza e torturato dalla propria malattia. Come se non sapessero che Recanati per lui era una galera – e io nel mio piccolo lo avevo vissuto il tempo degli arresti domiciliari in gioventù – e che dei soldi della sua famiglia non aveva fatto nulla, perché era vissuto ed era morto povero.