Scritto da Tiziana Tafani

Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora c’era in lui qualcosa di splendido, una sensibilità acuita alle promesse della vita, come se egli fosse collegato a una di quelle macchine complicate che registrano terremoti e ventimila chilometri di distanza. Questa capacità di reazione non aveva niente a che fare con l’impressionabilità flaccida che viene classificata col nome di temperamento creativo: era una dote straordinaria di speranza, una prontezza romantica quale non ho mai trovato in altri, e quale probabilmente non troverò mai più. (Il Grande Gatsby. Francis Scott Fitzgerald).
Se potessi, cambierei il finale.
Jay Gatsby è la figura di eroe più luminosa mai descritta in un libro. Lo so a memoria quel libro. Ma non è tanto la pur sublime scrittura di un dandy come fu Fitzgerald a farti amare quel libro.
È lui, è il sogno, è la circostanza per cui un uomo possa dare una spallata al proprio destino, che ha già ingranato la retromarcia, e decidere di essere altro da sé.
Quello che riesce a fare Jay Gatsby è costruirsi l’impero per il sogno di conquistare una donna, fatale ma superficiale, indomita eppure incapace di sottrarsi al proprio mondo dorato.
Tutto l’esercizio del libro è la lotta di un uomo contro l’ingiustizia di una nascita che lo voleva acquattato ai margini del mondo dorato del sogno americano.
Ma lui non ci sta.
E tutto quello che accade, tutto il denaro che scorre intorno a lui, è soltanto un girone in cui lui si muove con noncuranza, non scende mai alle feste della sua magnifica villa, ma aspetta che sia Lei ad arrivare e vedere tutto quello che ha lasciato, quando ha lasciato lui.
E Gatsby si riprende quell’amore con uno stupore talmente puro da far dimenticare le nefandezze del mondo in cui vive e di cui si nutre.
Poi inizia la catastrofe, e per un’inversione di moralismo (o forse per ironia di Fitzgerald) Gatsby, per un dettaglio insignificante come una visione sbagliata, diventa il perseguitato di un destino che non è il suo, e tu che stai lì e leggi, ti aggrovigli come una serpe per non arrivare all’ultima pagina della storia nella quale Gatsby, come è necessario che sia, abbraccia il suo destino.
Al posto di un altro, seguendo il viaggio di un proiettile che solo una grande fantasia o una grande sofferenza potevano immaginare.
Eppure, tutte le volte che lo leggo, spero che le lettere abbiano cambiato posto e che Gatsby, avvolto in una delle sue camicie, scenda la lunga scala di casa sua, finalmente pieno di boia, perché mi è intollerabile l’idea che un talento come il suo sia fatto secco da un rigurgito di generosa umiltà.