Recensione a cura di Federica L. Mattei

E Mimì pensa che li ammazza tutti. Tutti, se non se ne vanno, se non se ne vanno da lì, se non lo lasciano da solo, in quella sala, Mimì fa un macello, li ammazza tutti. In quella sala, dove ci sono stati momenti belli, solo momenti belli, serate di carte, vino, amici, parenti, discorsi, progetti, risate, donne di là a dormire, in quella sala, che la si apriva solo per questo, per le serate. E ora, tutto umido, tutto suda, e una bara, chiusa, circondata dalle sedie, sedie ovunque.

Mimì è un padre distrutto dal dolore per la perdita di Michele, suo figlio, morto suicida perché si dice in giro che Nicole lo abbia deriso e rifiutato. E Mimì non si ferma, non si ferma davanti a nulla e nessuno. È un uomo della Sacra, Mimì, e vuole vendetta così prende Nicole e la rinchiude in una casa sperduta in mezzo alla campagna in attesa di ucciderla. Lì ad aspettarla c’è Veli, il ragazzo che ama e che era stato amato da Arianna, la figlia maggiore di Mimì, rinchiuso a scontare un amore che non avrebbe dovuto permettersi.

E lì, questa mattina, come ogni mattina, vorrei restare: nel buio spugnoso, in un urlo ovattato.
Riemergo. L'urlo si secca. Guardo il lavandino. Pezzi di me ovunque.
Penso che sarebbe stato bello. Se al posto del cuore avessi avuto un nulla, un vuoto biologico, un palpitare senza conseguenze.

Veli e Nicole si sintonizzano l’uno sulla solitudine dell’altra, si raccontano e insieme tacciono. Tacciono la paura dell’incertezza, la paura della ferocia di quell’uomo ferito che è disposto a passare su qualsiasi cadavere pur di mettere a tacere, di dire “basta” alla bestia che gli alberga dentro. Legami fatti di similitudini di sofferenza.
Così come tra Mimì e Arianna, così simile a suo padre, così lontana da quei modi e dal mondo poetico del fratello (alla pagina 4 c’è un codice per scaricare tutte le poesie che Michele Trevi aveva scritto per la bella Nicole). Arianna che non riconosce più la sua vita, la sua casa, sua madre:

Pietra ferma e stanca che però trema, (grassetto mio) avrebbe scritto. Ecco cos’era, ora, questa madre. E assomiglia come non mai alla zia Adele – a com’era nel letto mentre moriva, esausta di vivere, con una voce che non poteva non tremare. Ma negli occhi della zia Adele c’era, anche in quel momento, un qualcosa: di luminoso, di palpitante. Negli occhi di sua madre, invece, non si vede che il nulla, il nero. L'interno irraggiungibile di un muro che si sfarina.
Non era mai stato così. Sua madre non era mai stata così.
Non era così, sua madre. Sua madre non c’era, ora, lì.

Credo che Donaera con le sue parole, attraversi il lutto, la rivalsa, la brutalità dell’individuo con pazienza e accuratezza. Una scrittura acuta, per certi versi melodica. Puntuale e rude, in grado di toccare le corde più intime di ciascuno di noi e di sollecitarle addentrandoci tra le fibre dei sentimenti e dei tormenti di questi personaggi. E quel finale che ti catapulta all’incipit, un po’ come a voler chiudere il cerchio.
Un romanzo potente, per certi versi disturbante. Il migliore degli ultimi mesi.

 

 

 

 

 

 

Andrea Donaera è nato a Maglie nel 1989, ma vive a Gallipoli. nel 2019 ha pubblicato la raccolta Una Madonna che mai appare, all'interno del XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea edito da Marcos Y Marcos. Io sono la bestia è il suo primo romanzo.