Scritto da Maddi Magnolia

Quando si atterra in un aeroporto indiano, c’è uno slogan che attira subito l’attenzione dei turisti. È la scritta “Incredible India” che li accoglie come una promessa. In effetti, è l’aggettivo che più sintetizza le speranze di una terra che ha nei suoi colori la forza di meravigliare chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerla.
Di tutte le stupefacenti bellezze indiane, in una regione della parte sud orientale, nello stato dell’Andhra Pradesh, c’è qualcosa che vive da più di seicento anni e che oggi più che mai merita di essere raccontato. Si tratta di un albero, non uno qualunque. È il Thimmamma Marrimanu, l’albero più grande del mondo, il cui nome è dedicato ad una donna, che si racconta essersi sacrificata lanciandosi nella pira funeraria utilizzata per la cremazione del suo uomo. Si chiamava Thimmamma ed era la consorte di un principe locale, che dopo essere rimasta vedova nel 1434 si è immolata per condividere la sorte del marito, secondo il costume detto “sati”, ovvero della sposa fedele che compie il sacrificio.
Ciò che sorprende, però, non sono tanto la longevità e la grandezza di quest’albero, quanto il fatto che, guardandolo, ciò che sembra apparentemente una piccola foresta in realtà non è altro che la ramificazione stessa dell’albero. I suoi rami lunghi non potrebbero sopportare il loro stesso peso, ma la natura ha provveduto a questo difetto dando a questi rami un sostegno verticale, dei fili fibrosi che sembrano delle radici aeree che cadono a pioggia nel terreno, dove si aggrappano tenacemente, nel quale penetrano trasformandosi con il tempo in veri e propri tronchi sussidiari. I rami si piegano ma non si spezzano, nel silenzio gli scricchiolii ci ricordano che anche per loro rinascere può essere doloroso.
Spesso poi il tronco centrale, crescendo e allargandosi, arriva ad incorporare alcuni dei tronchi minori più vicini, come un intrico contorto di fusti spiralati, che si estende grazie alla forza delle sue radici, che vivono e crescono grazie alla loro ingorda capacità di assorbire tutta l’acqua possibile dal sottosuolo, arrivando a privare le altre piante vicine di acqua, poiché serve alla sua immensa crescita.
Potrebbe sembrare la storia di qualcosa condannato a soffocare tutto ciò che ha intorno. Invece, mi piace pensare che sia l’espressione di una vita che si genera innanzitutto da un sacrificio e che è stata anche capace di diventare così maestosa da imporsi prepotentemente per catturare l’energia del sole e trasformala in sostanza vitale. Rabindranath Tagore diceva che “gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto” perché sono guardiani silenziosi della vita.
Il Thimmamma Marrimanu, che si estende per un’area di due chilometri quadrati, è speciale anche per un altro particolare: è un luogo dove lacci intrecciati attorno ai rami e nastrini colorati vengono lasciati in segno di devozione da coppie che non riescono ad avere figli, riconoscendolo come icona di fertilità. Un albero considerato in grado di esaudire le richieste di coloro che lo pregano, se giudica che le motivazioni siano pure e meritino quindi di essere ascoltate. Per questo, le sue radici sono raffigurate come fossero mani intente ad offrire, con benignità, dei doni ai suoi devoti. I suoi semi sono moltiplicati dagli uccelli che si cibano esclusivamente di frutta e da altri piccoli animali, che, dopo essersi nutriti dei suoi frutti squisiti, li diffondono sui rami di altri alberi per poi dar vita a un nuovo albero. È così che un albero diventa un maestro, offrendoci lezioni di vita e di morte.
Considerato il simbolo dell’eternità, quest’albero ci ricorda che può nascere sempre qualcosa di meravigliosamente maestoso dalle ceneri, siano esse quelle di un legame o di un sacrificio estremo. Custodendo i misteri della vita, ma sempre pronto a svelarli a chi li saprà ascoltare, il Thimmamma Marrimanu ci insegna che il passato, parola spesso utilizzata dagli uomini come scusa, per la natura s’intreccia con presente e futuro. In questo senso, tutto è un’immensa opera di resurrezione, perché la caparbia voglia di resistere ed espandersi, accogliere e rinascere hanno avuto la meglio sui limiti e sulla morte stessa.
Da un albero secolare si può imparare a durare, a restare lì, a resistere a pesi che a volte sembrano volerci schiacciare. Si può imparare a perdere e a dare.