Scritto da Federica L. Mattei

In questo momento storico così difficile per tutti, in cui siamo continuamente sottoposti a informazioni mediatiche che riportano di malattia e decessi, può capitare che tali informazioni arrivino alle orecchie dei più piccoli. Come spiegare al meglio certi eventi quali, come in questo caso, la morte? Questo è uno di quegli argomenti su cui anche l’adulto fa più fatica, per tutte una serie di ruoli che la morte di persone care ha giocato sul campo dei dell'emotività. L'atteggiamento che di solito l’adulto mette in atto di fronte a questo argomento di fronte ai bambini è evitarlo, sminuirlo o nasconderlo per un senso di protezione. Ma esattamente chi stiamo proteggendo e da cosa?
In realtà il bambino sperimenta l'evento morte nella quotidianità: passeggiando in un prato può vedere una foglia che cade dall'albero, un insetto rimasto schiacciato oppure solo ascoltando la storia del cacciatore che uccide il lupo. Tuttavia, gli adulti si sentono in imbarazzo e impreparati nell’affrontare l'argomento quando il bambino, intorno ai 5 anni, inizia a farsi e a fare delle domande. Certamente minimizzare o nascondere questo naturale momento della vita non giova a nessuno. Il bambino che non sa può temere qualsiasi cosa, il bambino che a conoscenza delle cose della vita sviluppa gli strumenti per poterle affrontare. Partendo da questo assunto, tenendo conto dell'età evolutiva in cui si trova, della sensibilità e della storia personale del bambino, è importante rispondere alle sue domande in maniera esaustiva e sincera ponendosi nella condizione di dire non lo so qualora l’adulto senta di non saper rispondere. Questo ci rende umani.
Cosa dire? Come dirlo? Quando?
Anzitutto c'è da fare una distinzione della capacità di comprendere una perdita definitiva a partire da quelle che sono le fasi dello sviluppo:
- fino ai 2 anni il bambino non è in grado di concepire la morte a livello mentale e ciò che sente come perduto e il legame con la persona piuttosto che l'oggetto in sé;
- dai 3 ai 5 anni il bambino inizia a interiorizzare le regole dell’adulto e a capire cosa sia giusto o sbagliato (formando una coscienza sociale), ma non è in grado di riconoscere alla morte il suo carattere irreversibile. Del resto i personaggi dei suoi cartoni preferiti muoiono, scoppiano, ma poi tornano e il gioco e le avventure ricominciano. Il bambino vede la morte come un allontanamento momentaneo per questo di fronte a una morte reale resta confuso e ha bisogno di essere rassicurato;
- dai 6 ai 10 anni il concetto di morte si concretizza e talvolta assume connotazioni fisiche (esempio una donna nera, un fantasma, uno scheletro) ed è l'età in cui le angosce si fanno più importanti. La difficoltà maggiore è quella di poter riconoscere e verbalizzare le proprie emozioni al riguardo, un po’ come succede anche per noi adulti;
- dai 10 anni in poi il concetto di morte si concretizza, perde la connotazione fisica poiché diventa semplicemente la fine della vita di un corpo umano, animale o vegetale che sia. Aumenta l'angoscia e la fragilità in un periodo pre e adolescenziale che ha già di per sé le sue criticità di sviluppo.

La psicologia moderna è indirizzata nel presentare la morte al bambino come un evento biologico e naturale affrontando le situazioni qualora si presentino, parlando della malattia, della morte, del rito funerario con parole che il bambino può comprendere affinché non senta che c'è qualcosa di emotivamente importante che lui non riesce a comprendere.
Quando? Il momento migliore è certamente quando il bambino inizierà a porsi delle domande di sua iniziativa.
Cosa è preferibile non dire:

  • che una persona è morta perché anziana poiché non è sempre vero, ma che delle volte capitano cose diverse come ad esempio una malattia grave che sconfigge il corpo. In questo caso bisogna rassicurarlo di fronte a una semplice influenza in modo che il bambino non si spaventi e pensi di stare per morire;
  • che è Dio che lo ha voluto a sé poiché questo susciterebbe due tipi di sentimenti: da una parte la rabbia per il torto subito essendo stati privati di un affetto dall'altra la frustrazione di non essere stato meritevole di quella scelta;
  • che il morto sta dormendo poiché potrebbe scaturire un sentimento di angoscia al momento di addormentarsi o risvegli continui durante la notte;
  • che è andato a fare un viaggio poiché il bambino sperimenterebbe i propri viaggi come qualcosa di spaventoso.

Volendo e dovendo affrontare prima o poi coi bambini questo tema così delicato, ma anche con noi stessi, è importante tener conto di quanto afferma la Klein ovvero che sin dai primi mesi di vita il neonato sperimenta la frustrazione la separazione dalla madre, fondamentali per sviluppare in tempi successivi la capacità di riparazione. Il processo del lutto deve implicare la reintegrazione della persona persa come presenza interna attivabile attraverso la memoria dei momenti con essa trascorsi.
Esorcizzare la paura della morte, e quindi parlarne affinché non sia solo perdita ma anche un nuovo modo di stare e di “sentire” la persona morta, è un fattore fondamentale affinché all’interno del suo contesto sociale/familiare il bambino possa ricevere le risposte di cui ha bisogno senza che l'adulto ricorra alle strategie più impensabili e strampalate per spiegare un evento naturale di cui è importante avere coscienza e con il quale è doveroso fare la pace.

Consigli di lettura:

In cielo, ma dove? di Antonella Ossorio, illustrazioni di A. Ferrara, edito da Uovonero

La domanda che vola. Educare i bambini alla morte e al lutto, di Francesco Campione EDB edizioni

Beniamino, di Elfi Nijssen e Eline van Lindenhuizen, editrice Il Castoro

L’isola del nonno, di B. Davies, EDT edizioni

Un bacio e addio, di Jimmy Liao, trad. Di S. Torchio, Camelozampa edizioni.