Scritto da Tiziana Tafani

Nei pellegrinaggi che ogni tanto intraprendo per capire da dove vengo, mi capita di fare scoperte allarmanti. Una delle più recenti, e certamente una delle più allarmanti, è quella riguardante le origini corse della mia famiglia ed una certa naturale tendenza alla pirateria, nella quale più volte ho ritrovato i tratti e le caratteristiche della famiglia da cui prendo il nome.
Attitudini dolorose, aggiungo. Non fosse altro che ti devi sempre confrontare con una certa articolata agitazione predatoria, che non fa bene a nessuno e comunque è in grado di distruggere te.
Avevo quindici anni quando, nel bel mezzo di quella adolescenza in cui gli eroi reali mi facevano sballare gli ormoni mentre quelli di celluloide mi provocavano intense crisi di narcolessia, mi innamorai contro ogni logica di Napoleone Bonaparte.
Impiegai circa una settimana ad allestire una specie di tabernacolo dove il suo busto in gesso campeggiava con fierezza e mi seguiva con lo sguardo dietro ogni mossa.
Di Napoleone mi incantava tutto. La storia ce lo restituisce come un uomo piccolo, bizzoso, prepotente, con un gran naso, incline alla collera, vertiginoso nelle sue intuizioni, un condottiero capace di decidere nel tempo del lancio di una moneta la mossa giusta da fare.
Un uomo talmente impavido da avere l’ardire di autoincoronarsi imperatore. Ma tu ci pensi cosa vuol dire? Vuol dire che ti consideri seduto sull’ultimo gradino, quello che sta appena prima del trono del buon Dio.
Di Napoleone ho amato quello che la letteratura corretta ha detestato: il coraggio di voler arrivare oltre l’impossibile.
Perdevo le nottate a studiare i percorsi militari delle sue vittorie, li ripercorrevo avida, dall’inizio alla fine, fino a giungere a Waterloo, che tanto prima o poi in una trappola doveva cadere.
Ma era caduto dopo avere sconfitto il mondo.
Ho sempre avuto una smodata ammirazione per gli impavidi, per le figure maestose che emergono a causa del loro stesso talento, e Napoleone ne è una sintesi mirabile.
Ricordo che in quel periodo, in cui l’adolescenza stranamente mi sollecitava la guerra anziché la ricerca di una qualche forma di abbandono, maledicevo la sorte di essere nata femmina impedendomi l’accesso alla carriera militare.
Diciamo che il tempo mi ha cambiata.
Oggi la guerra mi ripugna in ogni sua forma e forse nessuna seduzione mi avvince, né bellica né eroica.
In fondo la storia la studiamo da giovani.