Scritto da Fabrizio Castellani

Credo che i pazzi siano tali proprio per le cose che fanno. E solo a un pazzo integrale come (credo) sia Palahniuk poteva venire in mente di sceneggiare il sequel del suo primo romanzo, oramai cult assoluto, come Graphic Novel. E magari farà come il romanzo, originariamente snobbato e che adesso si trova in qualsiasi classifica dei cento romanzi da leggere prima di morire. Per adesso, però, il risultato è un “ni”.
La storia parte piano, prende i protagonisti del romanzo (Marla e, lo scopriamo qua il nome, Sebastian, oltre ovviamente al mitico Tyler) proiettandoli a dieci anni dal cataclismatico finale di Fight Club.
Marla e Sebastian sono sposati, hanno avuto un figlio e sono pure in crisi coniugale. Tyler è (sembra) sotto controllo. Ma le cose degenerano.
E la storia accelera, e il figlio dei due viene ucciso (no rapito, no piuttosto è scappato).
E accelera ancora (su Amazon si trovano testate nucleari a salve, sapete? Si certo, come no.).
Prende strade, (cosa potrebbe fare un genitore pur di ritrovare il figlio scomparso?), vicoli ciechi (i bambini con la progeria possono essere davvero cattivi), torna indietro (ecco mi mancava Robert Paulson), inserisce personaggi a caso (faccia d'Angelo? Qualcuno se lo ricorda?), sfonda anche la seconda parete (grazie Chuck che tutto risolvi, e complimenti per il gruppo di scrittura creativa) e con la grazia di uno schiacciasassi raggiunge una conclusione originale, surreale, sorprendente.
Insomma, una sceneggiatura che da uno come Palahniuk ti potresti anche aspettare, con salti oceanici e cadute abissali, con diversi livelli di lettura.
La storia, ovviamente. Storia che procede zoppicante, buchi clamorosi di sceneggiatura, ritmo da montagne russe e psicologia da pagina facebook. Tutto voluto, certamente, ma che lascia un po' di amaro, perché è esattamente quello che Palahniuk VUOLE mostrare, senza sorpresa. Lascia da parte la critica societaria del Fight Club originale e scende molto di più sulle meccaniche dei singoli, le dinamiche familiari, le paure, le perversioni e le voglie di proibito. “Perché amiamo di più qualcuno dopo avergli fatto del male?”, si domanda Sebastian mentre Marla lo massacra di botte.
Fa una capatina sul sociale e ci racconta (suggerisce?) che le idee nascono e si sviluppano, ma non si seminano né raccolgono: semplicemente “non sono gli umani a coltivare le idee, sono le idee a coltivarci. Ci allevano!”.
Infine fa il narratore pentito. Si arrende al volere del pubblico, sfonda la quarta parete e cede, al pubblico minaccioso sotto casa, la scelta del finale. Un po' alla Misery di King, ma più in grande, e senza dubbio con più irruenza.
Un bel finale, però.
Alle matite lo accompagna il talentuoso Cameron Stewart, autore di grido e già vincitore di numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il più ambito dai disegnatori di tutto il mondo, il premio Eisner. Qui purtroppo, a detta di alcuni (tra cui anche il sottoscritto), non riesce a dare il meglio del suo repertorio. A parte la chicca grafica di aggiunte iperrealiste di petali e pillole sulle pagine (che a volte rendono anche difficoltosa la lettura) ma rendono perfettamente l'idea del labile confine tra finzione e realtà, le tavole restano spesso statiche, completamente prive di linee cinetiche, (un ripasso di Uderzo?). Anche i personaggi, fatta eccezione per la trasformazione fisica di Sebastian nello scorrere delle pagine, sono sovente privi di espressione. Forse uno stile diverso, più surreale o “acquarelloso” avrebbe giovato. E non a caso copertina e frontespizi, curati da David Mack, sono un piacere per gli occhi. Ma si tratta di gusto, ed è lecito che, in fase di preparazione, si sia scelto di affiancare allo scrittore famoso una matita altrettanto famosa. Che poi forse lo stile dell'uno non calzi perfettamente quello dell'altro si scopre solo alla fine.
Nel complesso una proposta originale, coraggiosa, e interessante. Diretta a un pubblico che abbia amato il romanzo, la magnifica trasposizione cinematografica e lo stile strano e cattivo di Chuck.
Ma questo è solo un fumetto.