Scritto da Tiziana Tafani

Simone venne giù dal quinto piano in una domenica di gennaio.
Niente mi aveva lasciato il pur vago presagio che quel giorno avrei incontrato il destino definitivo di uno sconosciuto, e del resto non ci avrei badato e avrei continuato con l’ostinazione del mio personalissimo orologio, che persegue con insolenza soltanto lo scandire dei doveri.
Era una domenica in cui dovevo fare di tutto, in un fine di gennaio plumbeo, in un quartiere plumbeo di una città che non fatico a definire il più clamoroso bluff della storia dell’umanità, se non fosse che stavolta i presagi li avevo avuti tutti e mi ero ostinata io a non vederli. Quindi non me la potevo prendere con nessuno.
Nelle strade deserte, accarezzate dalla mano insistente di una pioggia fine e gelida, camminavo come sempre con il passo dell’ultimo giorno sulla terra. Per quella strada non ci passavo mai, non per scaramanzia o cosa, non ci passavo e basta. Era un percorso più tortuoso, io sono per natura sbrigativa e quindi mi devo sbrigare anche quando il tempo mi avanza.
Giro l’angolo e vedo di lontano, in fondo alla via, uno straccio che cade nella sbadataggine della pioggia, ma guarda tu, penso io, chi si mette a buttare stracci dalla finestra di domenica, in una domenica come questa. Mentre mi avvicinavo, allungando il passo, il rosa dell’ombrello di una vecchina fermo vicino a quello straccio mi mise in uno strano allarme.
“Ecco qua due matti, una che butta gli stracci dalla finestra e la vecchietta che li contempla”.
Quello che mi trovai davanti ancora oggi non mi consente di capire la concatenazione degli eventi. Quale caos mi abbia portato lì, a scoprire e seguire io da sola quanto mi aspettava.
“É caduto dalla finestra” mi dice la vecchina. Che, come tutte le persone anziane, riesce a tradurre in serenità la tragedia.
“Come sarebbe è caduto dalla finestra?
Sì, è caduto dal quinto piano”.
In quel momento, mentre la vecchina consapevole del fatto ma non del dramma copriva la testa di Simone dalla pioggia, Simone ha cominciato a gridare. Un grido che non avevo mai sentito, una specie di boato che veniva da una parte del mondo sconosciuta agli uomini. Era cosciente. Il suo nome me l’ha detto lui. Mi ha detto chi era. Mi ha dato il numero di telefono. Io pregavo i nomi di tutti i Santi che conosco perché lo facessero svenire, perché gli dessero la grazia di addormentarsi per qualche minuto.
Poi ho cominciato a gridare io.
Incredula di fronte alle sagome di catrame che si affastellavano dietro le finestre. Nessuno si muoveva, nessuno parlava. Nessuno faceva niente.
L’ho realizzato molto tempo dopo che quella è stata la giornata in cui mi sono confrontata per sempre con la fine dell’umanità pensante, ma ci ho impiegato un sacco di tempo.
Qualcuno mi ha gettato una coperta, da una finestra, per riparare l’oscenità di quel corpo frantumato, disarticolato, i denti persi nella caduta, quegli occhi di ghiaccio che mi guardavano, come fossi l’ultimo scoglio prima della morte o l’ultimo gancio alla sponda della vita.
Per arrivare, carabinieri ambulanza e tutto il circo dei soccorsi, mi hanno costretta a vegliare questa agonia, e lui gridava. Poi è arrivato il circo e mi hanno buttato in un angolo, ce la farai Simone.
Lei è parente? No, io sono quella che l’ha trovato. E lo conosceva? No che non lo conoscevo, ma che cazzo di domande mi fate, vi ho chiamato io. Bene, allora non può salire.
E me lo hanno portato via. Non l’ho mai più visto. Tutti i giorni sono andata a chiedere notizie di lui, ma non ero un parente e non ne avevo diritto. Ma tu lo sai, imbecille di un coso che stai qui e non voglio manco sapere a che titolo, che io con Simone ho condiviso la sua morte? E che cosa ci può essere di più intimo, di più totale che dividere la morte con qualcuno?
Simone in qualche modo è come se ti avessi messo al mondo. Te ne sei andato quando ti ho lasciato la mano. Sono stata l’ultima immagine che ti sei portato via da questa terra.
Molto dopo, ho saputo che ti sei ucciso per amore.