Recensione a cura di Federica L. Mattei

Silvestro è un giovane siciliano che, dopo molti anni, fa ritorno nella terra natia mosso dalla possibilità di fare il viaggio con un biglietto ridotto e dalla voglia di rivedere sua madre. Durante il viaggio e la permanenza incontrerà tanti personaggi, taluni apparentemente più “reali” tal altri sagome di discutibile fattezza. Vittorini inserisce in questo romanzo, piuttosto vistosamente, la sua passione per il cinema e la fotografia mostrando ambientazioni che non hanno la caratteristica di una sequenza narrativa, ma di una diapositiva in cui i particolari di questo o quel paesaggio si susseguono dando forma a una sorta di cartolina.

“Il nome del paese era scritto su un muro come sulle cartoline che io mandavo ogni anno a mia madre, e il resto, con la scalinata tra vecchie case, le montagne attorno, le macchie di neve sui tetti, era dinanzi ai miei occhi come ad un tratto ricordavo che era stato una volta o due nella mia infanzia.”

Ed è un paesaggio che è sotto intende i colori, poiché l'autore non li esplicita mai o quasi (fatta eccezione del rosso e di pochi altri), ma lascia che sia il lettore a colorare le sue diapositive narrate. Addirittura per interi capitoli.

“(…) la lunga scalinata e in alto le case le cupole, e i pendii di case e roccia, e i tetti nel vallone in fondo, e il fumo di qualche comignolo, le macchie di neve, la paglia, e la piccola folla di scalzi bambini siciliani sulla crosta di ghiaccio ch’era in terra, nel sole, intorno alla fontana di ghisa.”

E poi ombre, spiriti, figure di uomini e donne mai del tutto definite. Vittorini nasconde, ma nemmeno troppo, tutti quegli argomenti, quei pensieri per i quali avrebbe potuto di certo guadagnarsi una censura. E allora utilizza le azioni e i dialoghi di alcuni personaggi per muovere la sua denuncia, la sua rivendicazione di classe, le sue idee sulla chiesa, sulla politica, sugli uomini; gli uomini inermi e passivi che sorseggiano il loro vino, dove per inermi si intende senza armi e per passivi come oramai condannati alla schiavitù del sistema politico del tempo. L’autore cerca di raccontare la sofferenza dell'uomo attraverso una sorta di polemica che mira a sottolineare tutti quei comportamenti degli uomini e dei regimi politici che lui condanna conferendo altresì ai personaggi un significato e un fare che va al di là di ciò che si legge. Difatti, nella Parte quarta:

Nota 20: Ezechiele rappresenta la cultura idealistica che ha funzione consolatoria. Scrive solo delle offese, ma non fa nulla per cambiare il mondo. Egli possiede soltanto un punteruolo.
Nota 21: Colombo rappresenta l’intellettuale di regime, impudico e banditesco.
Nota 22: Porfirio rappresenta la cultura cattolica.

Al di là, e al di sopra di tutte queste considerazioni di critica di cui questa mia edizione del 2014 è ben fornita (corrisponde alla 41esima ristampa), questo autore immenso ci racconta prima di tutto di un viaggio, di un ritornare nella terra natia, di un tornare dalla e alla madre:

“Poi viaggiai nel treno per le Calabrie, ricominciò a piovere, a esser notte e riconobbe il viaggio, me bambino nelle mie dieci fughe da casa e dalla Sicilia, in viaggio avanti e indietro per quel paese di fumo e di gallerie, e fischi inenarrabili di treno fermo, nella notte, in bocca un monte, dinanzi al mare, a nomi da sogni antichi, Amantèa, Maratèa, Gioia Tauro. Così un topo, d’un tratto, non era più un topo più in me, era odore, sapore, cielo e il piffero suonava un attimo melodioso, non più lamentoso. Mi addormentai, mi risvegliai e tornai ad addormentarmi, a risvegliarmi, infine fui a bordo del battello-traghetto per la Sicilia.
Il mare era nero, invernale, e in piedi sull’alto ponte, quell’altipiano, mi riconobbi di nuovo ragazzo prendere il vento, divorare il mare verso l’una o l'altra delle due coste con quelle macerie, nel mattino piovoso, città, paesi, ammucchiati ai piedi. Faceva freddo e mi riconobbi ragazzo, avere freddo eppur restare ostinato sull'altra piattaforma, nel vento, a picco sulla corsa e sul mare.”

La riscoperta degli odori, dei sapori, i racconti di un padre e di un nonno che sono tra le parti più intense di questo capolavoro. Io credo che, posto il valore dei significati impliciti, espliciti, deliberatamente voluti o appena coscienti di cui questo testo è permeato, con questo romanzo il lettore sia messo dinanzi a un testo che non è solo narrativa ma anche poesia; uno scritto in cui nulla, e dico assolutamente nulla, è lasciato al caso.
Una scrittura invidiabile, un narratore come pochi.
Un modo singolare e superbo di collaborare con le azioni e i sentimenti dei suoi personaggi, e di caratterizzarli:

“Erano due voci da sigaro, forti, e strascicate, dolci in dialetto. Parlavano in siciliano, in dialetto.
Affacciai la testa sul corridoio e li vidi al finestrino, due uomini di persona massiccia, tarchiati, in cappello e cappotto, uno coi baffi, l'altro no, due siciliani di tipo carrettiere, ma ben messi, floridi, presuntuosi nella nuca e la schiena, eppur con qualcosa di simulato e goffo che, forse, in fondo, era timidezza.”

E quella parte finale, quel soldato nascosto dal buio del fondo del vallone, la sigaretta che si accende per poi consumarsi e spegnersi suoi ricordi e sulla nuova partenza.
Un capolavoro del ‘900 di cui si potrebbe parlare con entusiasmo all'infinito, e che non può essere ignorato.

Elio Vittorini

 

 

 

 

 

 

Edizione BUR Rizzoli, a cura di Giovanni Falaschi, con una nota di Sergio Pautasso e le illustrazioni di Renato Guttuso.