Scritto da Maddi Magnolia

Se andassimo in Namibia a guardare il cielo, la prima impressione che avremmo è di uno spettacolo completamente diverso da quello che abbiamo visto nelle notti insonni del nostro occidente. Il cielo della Namibia, considerato un vero paradiso astronomico, è fra i più interessanti al mondo, sia per la fenomenale limpidezza dell’aria, sia perché le stelle si mostrano all’occhio umano come cascate di diamanti a portata di mano. Quando il buio della terra si fa impenetrabile, a queste latitudini si accendono le luci dell’Eta Carinae, dell’Omega Centauri e della Croce del Sud.
Nelle pianure di questa zona dell’Africa, nel cuore della zona diamantifera più ricca del mondo, vive ciò che resta di un popolo indigeno che ha basato quasi tutta la propria esistenza sull’osservazione delle stelle e sul rapporto con la natura, i Boscimani, letteralmente uomini boscaglia. Quando arrivarono i colonizzatori europei, circa 350 anni fa, incontrando questo popolo che viveva di caccia, pesca e raccolta di piante, li considerarono non del tutto umani, tanto che per i primi antropologi erano loro l'anello mancante nell'evoluzione dell'uomo. Tanto è bastato per giustificare l’avidità occidentale a depredarli dei diamanti sotto i loro piedi, mentre per loro i diamanti non erano altro che la luce delle stelle. Per i Boscimani, il sole era considerato un vecchio dormiglione solo, in una capanna isolata. Stanco e bisognoso di dormire, per proteggersi dal freddo della notte si tirava addosso la sua coperta che, vecchia quanto lui e piena di buchi, lasciava passare la luce.
È così che, ai loro occhi, si giustifica la presenza delle stelle nel cielo.
Come in tutte le culture primitive, le stelle hanno sempre occupato un posto importante anche per i Boscimani, tanto che non erano considerate entità astratte, ma creature reali che in un'altra epoca erano state loro stesse umane. Non venivano percepite come distanti, ma piuttosto come parte integrante della loro stessa famiglia, e come tali trattate con gentilezza e benevolenza, e a loro erano rivolte tutte le preghiere.
Se dovessimo trovare un punto tangente tra le più evolute culture occidentali e i popoli primitivi, al di là degli studi scientifici, ci accorgeremmo dai Boscimani ad Omero, da Pitagora che addirittura vi intravvedeva l’armonia dei numeri a Galileo, che nel tempo è rimasto un sentimento di fondo immutabile nell’osservare le stelle: il senso del mistero, la ricerca di una ragione d’essere.
É questo sentimento di ricerca appassionata, di attesa, il moto dell’animo che de-sidera, e dalle stelle cerca le risposte a ciò che gli manca. Oggi la scienza ci ha consentito di capire ciò che per i Boscimani era solo istinto: immaginare che nel cielo abitassero gli spiriti degli antenati. La luce delle stelle, infatti, impiega tanto di quel tempo per arrivare fino a noi che guardandole, noi in realtà vediamo il passato. Forse è lì, dalla mancanza di ciò che non c’è, più che nel futuro, che l’uomo ha trovato le risposte alle sue domande. Del resto, come diceva il premio Nobel Jean Baptiste Perrin "cosa sarebbe il pensiero umano se non potessimo vedere le stelle?"