Scritto da Tiziana Tafani

Era nato a Corneto, ora Tarquinia, era un poeta della mia terra ma questo lo scoprii molto dopo. A Viterbo, che poche eccellenze vanta dello splendore di Cardarelli, gli hanno dedicato la via più brutta della città e, tutte le volte che ci passo, un groviglio di indignazione mi si rivolta nello stomaco, penso come si fa?, dovrebbe stare al posto di una campana, dovrebbe essere una luminescenza, un tracciato purpureo.
E invece niente. L’asfalto di una strada commerciale reca il ricordo di un uomo che ha fatto la storia della letteratura, partecipando a progetti di frontiera che nel ‘900 hanno prodotto quei miracoli che altrimenti sarebbero rimasti nei cassetti di un pazzo. E pazzo in fondo un poco lo era. Pazzo nella misura della sua stravaganza, dell’intolleranza verso quella borghesia ricca ed incolta che si andava affermando, lui che aveva fatto della propria sobrietà una bandiera.

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace,
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
Com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

Questa poesia ha segnato il corso della mia vita, mi impressionò alla prima lettura, cambiò la mia visione dei poeti fin dalla prima volta che mi fu tra le mani.
E cominciai a studiare la vita di Cardarelli, perché a scuola si erano dimenticati di farlo – o lo avevano fatto troppo in fretta ed io non avevo avuto il tempo di ricordare. Iniziò un cammino di conoscenza della poesia che mi portò verso la scelta espressiva che avrei fatto, e che mi dischiuse le porte di un mondo che mi era oscuro.
Senza velleità di presunzione, ma con una consolidata coscienza che mi deriva anche dall’età, posso affermare con serenità che, nonostante qualche felice eccezione, le grandi scoperte della letteratura sono arrivate nella mia vita per conto loro, senza avvicinamenti scolastici o suggerimenti di studio.
Se non fossi stata così curiosa con ogni probabilità non avrei mai incontrato i due maestri che mi hanno, con la loro stupefacente bravura, fatto passare definitivamente ogni velleità di scrittura.
Uno lo incontrai per strada. Carlo Emilio Gadda, lombardo trasferitosi a Roma per svolgere un lavoro da burocrate, aveva avuto l’avventura di dedicarsi a Via Merulana, la via dove sta la mia casa di Roma.
Superando molto indugi – perché ho sempre paura di avvicinarmi alle cose che mi piacciono – sempre d’estate mi misi all’opera di un libro che, come mi capita spesso, ho letto almeno cento volte e ogni volta che lo leggo ci trovo qualcosa che prima avevo dimenticato, come se lo scombinato commissario Ciccio Ingravallo sia una specie di mago capace di ordire sempre nuove meraviglie per chi lo legge.
E poi, che ogni personaggio di quel libro parli con la cadenza della regione da cui proviene fornisce da sé la misura della capacità di metamorfosi di questo straordinario scrittore e dell’uso esatto delle parole. Che tanta allegria aveva saputo calare in una storia crudele e corrosiva, e che secondo me aveva una certa dote di vaticinio, perché rileggendo “La cognizione del dolore”, ho scoperto che rovesciando il mondo in cui viene ambientato il libro, Gadda era stato capace di anticipare di diversi decenni la mezza catastrofe di inizio secolo in cui l’Italia ancora si dibatte.
L’altro era quello che aveva trascorso cinquanta anni a studiare il vocabolario.
Aveva insegnato nelle scuole siciliane.
Aveva scritto il suo primo libro a 56 anni.
Ma aveva creato una meraviglia.
Gesualdo Bufalino è stato un incontro folgorante, quando ero già adulta e capace di comprendere che questo signore siciliano aveva trovato l’esatta declinazione di ogni verbo, che poteva dire che ogni cosa ha una sua propria parola.
Il rovescio della medaglia fu il distacco.
Il mio distacco dalla scrittura. Chiudendo “Le menzogne della notte” avevo messo una pietra tombale sulla convinzione di poter fare qualcosa che travalicasse gli esercizi da imbrattacarte a cui, ogni tanto, mi dedicavo.
E poi ne vennero altri, e qui citarli tutti ci vorrebbe solo una buona memoria, altra dote che non posseggo.
Celine, Proust, Tolstoij, Houllebecq, Parise, Mann, Malaparte, Saramago, Foster Wallace, Yourcenar, Baudelaire, James, Plath, Lessing, Carrère.
Cosa potrei scrivere io, di fronte a queste plateali maestà?
Eppure tutto ebbe inizio da Cardarelli, l’eroe della mia vita di silenzio.