Recensione a cura di Federica L. Mattei

Io, la balena dal colore della luna, abito nel mare delimitato dalla terra dove spunta il chiarore del giorno e dall’orizzonte in cui il sole si immerge per far posto alle stelle. L'acqua è fredda, attraversata da correnti gelide che arrivano dai lontani confini dove tutto è bianco e il mare si trasforma in un’immensa roccia color sale, che cresce quando le notti sono molto lunghe e cala quando i giorni sembrano non avere fine.

Attraverso una conchiglia trovata sulla spiaggia, un uomo ascolta la storia di una balena, un enorme capodoglio albino che si racconta e racconta a chi ha pazienza di ascoltare, una storia fatta di scoperte, di responsabilità, di mondi sommersi ed emersi, di tradizioni e culture. E di cose apparentemente incomprensibili:

Mi sembrò molto strano il comportamento degli uomini in questo loro incontro in mare. La minuscola sardina non attacca un’altra sardina, la lenta tartaruga non attacca un’altra tartaruga, il vorace pescecane non attacca un altro pescecane. A quanto pare gli uomini sono l’unica specie che attacca i propri simili, e non mi piacque questa cosa che imparai da loro.

Noi balene di ogni specie abbiamo occhi piccoli in confronto alla grandezza del corpo, eppure comunichiamo soprattutto con quelli, oltre che con schiocchi e canti. Nelle nostre pupille si riflette tutto ciò che vediamo, e anche tutto ciò che abbiamo visto.
Nell'occhio della balena calderón vide che il palo piantato nel dorso si chiamava arpione e chi era un'invenzione degli uomini. Negli occhi della balena calderón vidi che l'arpione le aveva perforato i polmoni e che lei non riusciva quasi più a respirare. Nell'occhio della balena calderón vidi un avvertimento: gli uomini cominciavano a darci la caccia, molte imbarcazioni solcavano i mari per ucciderci e i loro marinai si chiamavano balenieri.

Ma non tutti gli uomini danno la caccia alle balene e ai propri simili, non la Gente del Mare, i lafkenche che vivono sull’isola di Mocha e che con le balene hanno stretto un patto antico. Un patto su cui Mocha Dick, questo il nome con cui gli uomini chiamarono il grande capodoglio albino, avrebbe dovuto sorvegliare, che avrebbe dovuto proteggere. A costo della vita.
Credo che questo piccolo romanzo fiabesco, ispirato ad avvistamenti reali risalenti agli inizi del 1800 nell’Oceano Pacifico, ci insegni molto sulla fragilità di certi equilibri, sulla caparbietà poco sensata degli uomini, sulla dignità di certi animali. E sull’idioma del mare, sui suoi segreti, sulle profondità a cui non possiamo e non dobbiamo ambire.

 

 

 

 

 

 

 

 

Luis Sepúlveda Calfucura (Ovalle, 4 ottobre 1949 – Oviedo, 16 aprile 2020) è stato uno scrittore, giornalista, sceneggiatore, poeta, regista e attivista cileno naturalizzato francese.
Nato in Cile, Sepúlveda ha lasciato il suo Paese al termine di un'intensa stagione di attività politica, conclusasi drammaticamente con l'incarcerazione da parte del regime del generale Augusto Pinochet. Ha viaggiato a lungo in America Latina e poi nel resto del mondo, anche al seguito degli equipaggi di Greenpeace. Dopo aver risieduto ad Amburgo e a Parigi, è andato a vivere in Spagna, nelle Asturie.
Autore di libri di poesia, «radioromanzi» e racconti – oltre allo spagnolo, sua lingua madre, parlava correttamente inglese, francese e italiano – ha conquistato la scena letteraria con il suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d'amore, apparso per la prima volta in Spagna nel 1989 e in Italia nel 1993. Ha pubblicato da allora numerosi altri romanzi, raccolte di racconti e libri di viaggio, tra i quali spicca Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.