Scritto da Tiziana Tafani

Il pugile era un uomo nato povero, quando parlare di povertà aveva un senso reale. Tanto reale da diventare, in lui, regale.
Capita sovente che le avventure dei cromosomi si incontrino in combinazioni poco più che inimmaginabili, e a lui questo era accaduto, per naturalezza di cose.
Nascere poveri, quando parlare di povertà aveva un senso, significava tante cose, specie se tutte quelle cose erano fratelli piccoli e tu, per combinazione, eri il primogenito.
Non credo ci fosse il tempo di studiare, sebbene la curiosità del pugile fosse tanto sconsiderata da volere per forza intraprendere il percorso di conoscenza che lo avrebbe allontanato, per qualche ora, dalla terra.
Mi è stato raccontato in maniera piuttosto scombinata il suo percorso, da tante voci – da troppe voci – che mi hanno lasciato un’immagine inverosimile, in bilico tra la rabbia e l’infinita bontà.
Me lo sono ritrovato in casa da quando sono nata, mio nonno.
Era una creatura magica, parlava senza emettere alcun suono, per il passaggio di un angelo crudele che era andato a posarsi sulla sua gola, eppure io comprendevo perfettamente tutto quello che mi diceva, e questo parlare sussurrato era una specie di codice segreto tra un uomo che stava lasciando la vita e una bambina che smaniava per farsi posto nel mondo.
Comunque, la storia non è questa anche se quell’uomo eroe mi ha lasciato una cicatrice così profonda che ancora oggi, ancora adesso, non riesco a ricordare senza essere trafitta da un sentimento di profondo rimpianto, per quanto poteva essere e non è stato, perché quando la vita ti fa un regalo, se fosse generosa, la vita, ti dovrebbe lasciare il tempo di sciuparlo.
Ed invece quel regalo mi è rimasto tra le mani come un sogno, e a questa età, e con tutti i colpi che ho preso, è solo un’altra ragione per covare la mia rabbia contro i giorni, la rabbia eterna che non mi lascia mai in pace.
Dicono che fosse un uomo stravagante, un eccentrico.
Odiava le automobili, girava il mondo su motociclette elefantiache e quando è diventato padre ha costruito un sidecar.
Era sempre perfettamente vestito; ho conosciuto la morbidezza delle sue giacche, e l’odore delle sue cose belle per tanti anni mi ha accompagnato nel sonno.
In tempo di guerra aveva deciso di non stare dalla parte di nessuno, e si era assestato una bella fama di repubblicano, tanto per assecondare con ostinazione il disegno di difficoltà che gli era stato servito dal suo stesso destino.
A pensarci senza esserci, forse era quella corda infinita di rabbia che gli serrava la gola a non lasciarlo in pace, e quella stessa rabbia ad averlo tenuto in piedi in una carriera impossibile e dolorosa.
Tutte queste cose le so perché me le porto dentro, perché la rabbia, lo scontro, l’anarchia sono la cifra del mio esistere.
Che, visto da fuori, sembra tutto normale.