Scritto da Fabrizio Castellani

In edicola vado piuttosto raramente. Trovo difficile districarmi tra le decine di uscite di diverse case editrici, tra gli ammassi colorati di fumetti ed i resi, gli avanzi, i cellophanati. Preferisco di gran lunga l'ordine della fumetteria, la sicurezza di trovare pronto il fumetto seriale che da anni colleziono (anzi, da decenni), e sono felice come un bimbo per il “messo da parte per te”, perché il consiglio di chi ti conosce da tempo e oramai va sul sicuro quando si tratta di indicare i tuoi gusti di lettura è impagabile.
In questi tempi di limitazioni e chiusure, nell'attesa di un ritorno alle vecchie abitudini, ho trovato nell'edicola aperta una piccola, occasionale, boccata d'ossigeno.
Oggi sono in compagnia di “Topolino Writers Edition”, prima uscita (credo di quattro), dedicate agli sceneggiatori “storici” della Disney e qui, in un bel volume giallo lampione, al veneziano Giorgio Pezzin.
Nato con il conterraneo (forse la più famosa matita marcata Disney Italia) Cavezzano, è cresciuto poi con il talentuoso Massimo De Vita, che di quest'albo firma il 99% delle storie, in una coppia che ha regalato storie per più di vent'anni.
Si comincia con un Paperinik d'annata marcato 1978 e poi si prosegue con una storia di Paperino del 1984, entrambe sottomesse ad una rigorosa impaginazione 3x2, con rare eccezioni. In queste storie iniziano a vedersi le caratteristiche delle storie di Pezzin, ovvero la tecnologia come vero co-protagonista nelle vicende dei paperi.
Seguono due storie dedicate a Topolino, sempre con Pippo a fianco, della serie “La macchina del tempo”. Un tuffo avventuroso nel passato, dedicato alla scoperta delle Americhe (con un bell'omaggio grafico ad Asterix) e addirittura alla scoperta di Atlantide. Specie nella seconda storia, decisamente più complessa, Pezzin usa un espediente narrativo che sarà poi ricorrente nella produzione successiva, la “duplicazione” di Pippo. La svampita spalla interagisce con altrettanti svampiti antenati, togliendosi il vestito di combina guai e diventando sovente il salvatore (involontario) della situazione. Ecco allora il Pippo carcerato de “Il tesoro della Mayflower” che con un tunnel fa uscire il coraggioso Topolino di prigione, giusto in tempo per consentirgli di salvare la partenza della nave che porterà i primi coloni nel nuovo mondo. Oppure il Pippo druido Maya, che salva da morte certa l'avventuriero Top de Tops e poi guida (forse) il suo popolo verso le stelle, a bordo di un razzo in pietra. Avventure, finali lasciati aperti, mistero. Le caratteristiche migliori di questi lavori.
E in queste storie, che arrivano al 1999, De Vita segue l'evoluzione di Pezzin, affiancando a sceneggiature sempre più complesse un tratto via via più adulto e maturo, meno europeo e più USA. Crescono i dettagli, specie quelli tecnologici. Migliorano gli sfondi, le ombreggiature, le linee cinetiche. De Vita regala poco all'azione, ma dà grande espressività ai volti, alle posture. Piano piano elimina le costrizioni dell'impaginatura per osare nelle inquadrature (esemplare la scena dell'aereo in stallo ne “La pietra di Sbilenque”) e arrivare addirittura a splash page. Qualcuno dice che per fare bene un fumetto occorre equilibrio tra storia e immagine. Come in un matrimonio la coppia Pezzin- De Vita ha impiegato un po' di tempo, ma è cresciuta e ha raggiunto infine un equilibrio ottimale.
Un maestro per un maestro.
Chiude il volume una storia diversa, disegnata dal quasi omonimo Giorgio Di Vita. Non una storia indimenticabile, priva del fascino avventuroso delle migliori sceneggiature di Pezzin. Forse in un albo di questo tenore, che permette al lettore di fumetti di toccare con mano l'evoluzione di un autore e del suo disegnatore di riferimento, sarebbe stato più opportuno lasciarla fuori. Gusto personale.
Però per chi ama il fantastico e la fantascienza Pezzin resta un punto di riferimento nel mondo Disney. Tecnologia, ricerca storica, fantasy e avventura, nei suoi lavori.
Solo un fumetto, ma quanto piacere.