Scritto da Tiziana Tafani

Capita che le passioni si manifestino da sole. Capita anche il contrario.
Capita che qualcosa debba venire a svegliare in te cose che avevi dentro ma senza alcuna coscienza. Io sono stata svegliata da un libro.
Era uno dei miei primi compleanni a due cifre, la spiaggia era sempre la stessa, l’estate ci cuoceva a fuoco lento, ma ero cambiata io, inconsapevolmente e senza particolari segni esteriori.
Nella confusione dei regali apparve un libro, di cui avevo sentito parlare ma che conoscevo ben poco, lo presi in mano, con un certo scetticismo, perché finalmente avevo trovato il pretesto per non stare al sole, e cominciai quel giorno l’avventura che mi ha portato qui.
Il libro era lungo e intricato ma io non lo persi di vista un solo istante, e cominciai la costruzione della persona che sono diventata fallimenti compresi, pur nella consapevolezza di avere ormai un pezzo di strada che avrei intrapreso ad ogni costo.
La letteratura mi sedusse in quelle calde giornate. Il libro era la lunghissima storia di una famiglia che non avrebbe avuto una seconda possibilità sulla terra, era scritto da un colombiano pieno di immaginazione ed io, che mi ero fermata all’Europa e avevo raggiunto l’America con Fitzgerald restai spaesata.
La magia si faceva parola e la parola diventava magia. Ero ossessionata da quel libro. Si consolidò in me la passione definitiva per quello che sarebbe diventato il mio reale mestiere, l’unica cosa che mi convince che la vita deve essere vissuta anche quando più niente ti lega agli autonomi fili di quella che sei: leggere.
È stata tutta colpa di Aureliano Buendìa, dico, quando un libro mi prende troppo o quando, per tutte le cose che ho imparato, mi passa la voglia di fare tutto.
Questo in fondo è accaduto.
Mi sono persuasa che nella vita delle parole si formi una naturale scacchiera, da una parte gli scrittori, quelli che giocano coi bianchi, e dall’altra i lettori, quelli che giocano coi neri.
Al cospetto dei tanti capolavori con cui mi sono incontrata ho consolidato l’idea di dover stare con rigore con i miei pezzi neri, perché mai avrei potuto raggiungere la perfezione di certe esibizioni intellettuali. E se anche Dio mi aveva concesso il guizzo della parola per me sarebbe stato un gioco troppo grande, inarrivabili le vette da cui ero partita.
È per questo che non amo scrivere. Perché sono insofferente ad ogni forma di inadeguatezza.