Recensione a cura di Federica L. Mattei

Denis scartò il pacchetto e infilò una Rothmans in bocca. Faceva caldo. Un caldo estivo maledetto, e al commissariato non avevano ancora finito di installare i climatizzatori. L’unica ventola sul soffitto era troppo lontana dalla sua scrivania.
Si alzò di scatto e aprì la finestra, sputando il fumo in direzione dei pini. La testa gli pulsava dalla mattina, aveva ingoiato due Aulin ma non avevano fatto effetto.
(…)
Erano dieci anni che lavorava a Posillipo. Dieci anni di limbo: dieci anni senza occuparsi di nulla a parte cani rapiti, incidenti d’auto, patenti smarrite e al massimo un furto in un appartamento.
Ci ripensava ogni sera, al motivo per cui era finito là. E si tormentava come uno degli ergastolani che lui stesso aveva sbattuto in cella prima di raggiungere il suo esilio.

Ma le cose cambiano e si movimentano quando la ricca ereditiera Ester Fornario viene trovata morta ai piedi della torre della sua imponente villa. Allora l’ispettore Denis Carbone, armato di pistola, Rothmans e del Macallan che gli sta bruciando la vita oltre allo stomaco, inizia ad indagare, ipotizzare, pedinare inamicandosi più di qualche sospettato:

La macchina volò in un canalone, fuori dalla strada terrosa. Finamore fu catapultato oltre il finestrino e il corpo si spezzò contro un muretto di pietre. Denis non riuscì a tenere gli occhi aperti. Le ultime cose che notò furono le luci sul litorale, che si smorzavano all’orizzonte.
(…)
Non sapeva per quanto tempo avesse perso conoscenza, ma le voci dei due gli sembravano fruscii di rettili tra gli sterpi. E si avvicinavano.
(…)
Denis avvertì l’impulso di vomitare, per la paura. Riuscì a mordere l’avanbraccio di uno dei due e a biascicare qualcosa.
(…)
Una botta pazzesca gli schizzò dal cuore al cervello. Il corpo gli si fece leggero, mentre i due si allontanavano.
Gli occhi gli si persero di nuovo nel nero della notte, poi nel bianco di qualche altra cosa.

Ma Denis non si ferma, porta avanti le sue indagini senza farsi intimidire, senza arrendersi a un’evidenza fin troppo ovvia, fino ad arrivare a una verità inimmaginabile, a un intreccio di menzogne e corruzione per scovare le quali, per poco, non ci rimette la pelle.

Denis sentì una fitta allo stomaco, ma il dolore non era solo fisico. Il lago lasciava spazio agli alberi rinsecchii, ai copertoni bucati e alle bottiglie spaccate agli angoli della strada. Era la sua terra, la sua casa, eppure lui in quel momento non sapeva dove andare.
Fumò l’ennesima sigaretta e guardò il Copacabana scomparire nello specchietto retrovisore. Poi accese lo stereo, alzò il volume al massimo per non sentire i rimorsi e si mise sulla scia di un camion, lasciando che a guidare fosse la notte.

Una scrittura decisa, rude, diretta. Una narrazione serrata che denuncia una Napoli corrotta e un commissario intrepido, la fragilità della notte che è pure fragilità dell’essere umano. Il buio che nasconde e si cela, che porta a galla cose non dette per tempo e occasioni perse. Una responsabilità che diventa vendetta, il bisogno di fare ordine attorno perché il disordine è pure interiore.
Un romanzo decisamente ben riuscito.

 

 

 

 

 

Angelo Petrella è nato a Napoli nel 1978. Ha scritto i romanzi Cane rabbioso (2006), Nazi Paradise (2007), La città perfetta (2008), Le api randage (2012), Pompei. L'incubo e il risveglio (2014), Operazione Levante (2017), tradotti anche all'estero. come sceneggiatore firma soggetti e script per il cinema e la televisione.