Scritto da Maddi Magnolia

Non saprei dire quando ho cominciato a riflettere sul significato della musica nella mia vita. Sarà stato quando preparavo Storia della Musica all’Università e quello che credevo fosse un esamuccio da niente, si rivelò uno dei più complicati da studiare. Oppure dev’essere stato a maggio, mese per me speciale per tante ragioni, quando avevo comprato una chitarra convinta che sarei stata capace di fare l’autodidatta.
“Impara il giro di Do e potrai suonare praticamente tutta la musica italiana”.
Non ci sono mai riuscita, ma quelle corde messe su un pezzo di legno non hanno mai smesso di affascinarmi. Il giro di Do è l’unica cosa che ho imparato, ma da quello strumento non è mai uscita una canzone, solo suoni scomposti. E poi, possibile che imparare il giro di Do basti per suonare? Ho scoperto mio malgrado che non basta. Per suonare ci vuole talento e, prima del talento, bisogna aver capito davvero cos’è la bellezza. Studiare musica in modo vero e appassionante è possibile soltanto se si è educati alla curiosità e al gusto per le cose belle.
Non è una questione che riguarda l’uomo moderno, lo sapevano certamente molto bene i popoli che ci hanno preceduti, fino ad un passato che non possiamo nemmeno immaginare. L’uomo di Neanderthal, infatti, l’antenato dipinto come un rude selvaggio, amava la musica, conosceva la bellezza.
Lo dimostra la scoperta del primo strumento nella storia dell’umanità: Il flauto di Hohle Fels. Con l’imboccatura intagliata a "V" e le scanalature per poggiare le dita, questo flauto di trentacinque mila anni fa, è stato ritrovato vicino Ulm, nel sud della Germania, in una grotta di venti chilometri. Gli archeologi erano guidati dal tedesco Nicholas Conard, lo stesso che aveva anche scoperto nel medesimo sito la "Venere di Hohle Fels", la più antica rappresentazione di una figura umana. La notizia di per sé è impressionante, ma c’è un dettaglio che impressiona ancor più: il flauto, capace di suonare cinque note, era stato realizzato con ossa d’ala di un grifone.
Di fronte a quest’informazione mi sono posta due domande: cosa può spingere un uomo di trentacinque mila anni fa a trasformare un osso di animale in musica? E perché l’uomo primitivo, ha sentito l’esigenza di inventare un linguaggio fatto di suoni?
Sono andata a scomodare Darwin che affermava che la capacità di creare un linguaggio musicale non è un’elaborazione culturale umana, ma una pratica molto più remota e radicata nel mondo vivente fino a ricomprendere la musica nell’origine stessa delle cose. Tutto ciò che compone la realtà, vibra. Allora possiamo comprendere come la musica sia nata prima dell’uomo, prima ancora degli animali, perché è nella natura di ciò che esiste, compreso il silenzio della vastità dello spazio sopra le nostre teste. La musica ha, quindi, un enorme potere, indipendentemente dal fatto che la suoniamo o l’ascoltiamo perché siamo creature musicali.
Oggi però non mi basta questa risposta, seppur esaustiva, dell’importanza della musica. Non mi basta perché oggi, mentre scrivo queste parole, si diffonde la notizia della morte di Enzo Bosso. Non voglio dire nulla in più dei messaggi che riempiranno i social. Lascio agli altri la capacità di elaborare frasi sulla morte di un giovane uomo pervaso dalla musica, più ancora che dalla vita.
Attraverso lui voglio solo rispondere alla domanda che mi ero posta all’inizio: cosa può spingere un uomo di trentacinque mila anni fa a trasformare un osso di animale in musica?
Forse la stessa cosa che ha provato Enzo Bosso quando affermava che “nel momento in cui ascolto io non ho più paura”.
Grazie per aver suonato anche per noi. E ora musica, Maestro!