Scritto da Fabrizio Castellani

Torno di nuovo sulle tracce dei lavori di Leo Ortolani, fumettista (e non solo) di punta del panorama italiano, invitando alla lettura del suo “Due figlie e altri animali feroci”, pubblicato nel 2011 e recentemente ristampato da BAO in una lussuosa, ampliata, edizione.
“Due Figlie” è un diario di viaggio. Il viaggio avventura della famiglia Ortolani nel mondo -feroce- dell'adozione.
Non è un manuale di istruzioni. Non ci sono tra queste pagine consigli, suggerimenti, scorciatoie.
Non ci sono illuminanti parole che spingano verso o allontanino dal mondo delle adozioni.
C'è una coppia italiana, come tantissime altre, che ad un certo punto del suo percorso di vita si trova a dover scegliere se vivere un rapporto senza figli o imboccare la via dell'adozione. E sceglie la seconda strada.
In questo libro ci sono Cate e Leo e la loro determinazione. Una feroce determinazione.
Non so come ci riesca, Ortolani. Non so come faccia, anche in questa prova per così dire, ibrida, un po' fumetto, un po' diario, a farti sentire sempre vicino, sempre partecipe.
Racconta, disegna, si confessa. Fa ridere, fa pensare, a volte ti mette anche il magone. Ma per un attimo soltanto, perché con Leo prevalentemente si ride, sempre, e tanto.
Dimostra qui di saper mantenere intatti verve umoristica e tempi comici anche di fronte a una narrazione differente, nonostante non sia nel tranquillo mare del fumetto dove è capace di sguazzare felice come un delfino. Ha la forza e il coraggio di raccontare un momento di vita personale, complicato, provante, in una lingua che non è la sua. Si inerpica su per la salita e scollina in modo magistrale.
É l'amico che, di fronte a una birra, ci dice quanto sia difficile e frustrante l'iter per le adozioni nazionali. Siamo assieme a lui quando ci parla di quel funzionario con cui ha perso le staffe, di quei cinque anni passati tra colloqui e documenti. E noi gli mettiamo una mano sulla spalla, facciamo un sorriso triste e buttiamo giù un'altra birra.
E ci congratuliamo per la scelta di passare all'adozione internazionale. Gioiamo quando ci dice che sì, sono trascorsi altri quattro anni (e siamo a nove, NOVE!) ma alla fine sono stati scelti. Avranno due bambine, di tre e quattro anni. Che li stanno aspettando in Colombia. Avete fatto bene, gli diciamo. Avete tenuto duro e siete al traguardo. Debbono “solo” andare laggiù, e portarle in Italia. Saranno dieci anni, a quel punto. La determinazione paga. E giù con la terza birra.
Ma quando leggiamo le sue mail dalla Colombia capiamo che la strada è ancora in salita. Capiamo che la Colombia è un paese con enormi contraddizioni, bellissimo e mortale come una giungla. Siamo preoccupati, un po'. Ma felici per loro.
Seguendo il loro cammino avvertiamo il passaggio difficile, da coppia a “genitore”. Una reciproca accettazione tra loro e le due bambine. Forse la parte più importante, di tutto questo lavoro.
Ogni momento, situazione, stato d'animo si possono sentire, toccare, provare. Come se Cate e Leo fossero due vecchi amici. Sì, li conosci da una vita e sai cosa stanno provando, cosa stanno passando. Sai che ne usciranno diversi, cambiati. Più forti, più famiglia. Che Cate sarà stanca ma efficace come solo una mamma sa essere. Che Leo si sarà dimenticato qualcosa di importante, che sarà provato e ingrigito, ma pronto a buttare là una battuta delle sue, per alleggerire e strappare un sorriso quando meno te lo aspetti.
Tanto bravo, Leo. Tanto che tu, lettore, vorresti andare lì, ad accoglierli all'aeroporto al ritorno, che nemmeno Ulisse di rientro da Itaca. Magari con un pacco di pannolini, che senza dubbio saranno terminati, tanto è lungo il viaggio tra la Colombia e l'Italia. Che dopo dieci anni di attesa è anche giusto che gli amici siano al tuo fianco. Per poco però che dopo a fare il genitore, adottivo o no, dovranno imparare da soli giorno dopo giorno. Come tutti.
Come dicevo prima, non so come ci riesca Leo, a tenerti lì al suo fianco. Nel traffico di Calì, a cambiare pannolini, in piscina, ad addormentare le belve.
Però ci riesce.