Scritto da Tiziana Tafani

Niente è stato più disastroso, nella mia vita, dell’amore. Non faccio neanche i nomi, perché queste maledette disavventure hanno portato in maniera seriale dispiaceri e calde lacrime, con una schematica precisione, che se non fossi stata certa che non si conoscevano, avrei pensato che questi giovani fossero figli tutti di un disegno diabolico.
Tutti uguali. O forse talmente uguale io a me stessa da impedire loro, con il mio calore autodistruttivo, di riuscire a percorrere un passo, un passo ancora, nella mia esistenza.
Nell’amore ci credevo tanto. Ero una ragazzina piena di passione, come forse lo siamo tutte, ma con in più la marcia della poesia, che mi portava a confidare in un futuro non perfetto, ma bello. E invece. Mi sono innamorata di uomini che passavano le giornate a scorticarmi l’anima. Insofferenti alla mia vita contemplativa.
Mi ricordo una lite, forse una lite definitiva – ma sono state storie talmente uguali che ne disperdo il perimetro – con un fidanzato che furibondo mi accusava di una forma di silenzio elettivo “Tu staresti bene sulla luna, con i tuoi libri, da sola, qui non c’entri niente, siamo noi umani a darti fastidio”. Ammettiamo che la giovane età amplifichi le aspettative e le delusioni, fatto sta che io ogni tanto questa frase la ricordo, me la ripeto, perché pur nel suo scombinato fraseggio recava in sé una significativa intuizione. Ho passato la maggior parte della mia vita da sola. Per puro accadimento, credo. Due creature crudeli e deboli si susseguirono nel volgere di pochi anni nella mia vita. Uno lo conoscevo da sempre, lo guardavo dalla finestra della scuola come tutte le bambine innamorate, e ogni volta che lo vedevo passare un vento di dolore mi attraversava tutta. Il nostro fu un amore tanto sbandierato quanto catastrofico, per i luoghi in cui si svolse, tra le vetrine di una provincia in cui, nel bene e nel male, sembravamo destinati a stare insieme. Credo anche che sarebbe durata, credo che in fondo non sia mai finita. Si è interrotto di colpo lasciandomi per mesi mezza tramortita, convinta che non mi sarei più alzata da quel torpore e hai voglia tutta la corona di angeli consolatori a raccontarmi la favola di Biancaneve, della bella addormentata nel bosco e la fortuna di qualche vicina di casa. Di questo amore è rimasto un giardino di maggio, una felicità piena di luce, l’intensa vastità della terra etrusca che accoglieva le nostre giornate, e poi più niente.
Se non fosse che, ancora una volta, il mio nomadismo mi punì con l’inganno della blandizie, gettandomi nella già intricata vita di un lord decaduto che mal tollerava la propria condizione e, non tollerando sé stesso, aveva ben poca simpatia per tutti gli altri. Dopo anni di defatiganti andirivieni a spasso per l’Italia, e con il solito fazzoletto intriso di lacrime – io che ho sempre odiato quella carogna di Gilbert Osmond – decisi di staccarmi da quel tormento, perché niente mi avrebbe mai fatto essere alla sua altezza, ed io ero troppo giovane per non essermi stancata definitivamente di vivere come un pezzo di ricambio. Poi capita che la vita sia veramente crudele e ti faccia scherzi dove meno te lo aspetti. Era un giorno ghiacciato di gennaio e Bologna si chiudeva su sé stessa. Mi trovavo lì, per lavoro, in una sessione in cui io avrei dovuto spiegare, insegnare, spiegare. Educare un gruppo di eletti dirigenti, e ci trovai il lord. Che quando mi vide si fece cogliere da un gran tormento, trovando intollerabile che quella cenerentola di provincia, la figlia di un mercante, si trovasse lì a industriare con le proprie risorse quelle di altri più alti e nobili lombi. Io dell’amore non ci ho mai capito niente, lo dimostra la mia vita e le scelte che non ho fatto, perché vorrei essere chiara, in questo. Sono una perdente di successo, un fenomeno delle strade sbagliate, una visionaria del dolore continuato e da me stessa non trovo l’antidoto. Mi hanno sempre lasciato loro, ci tengo a dirlo perché non mi si accusi di crudeltà. Mi hanno sempre lasciato loro e spero che poi siano stati felici. Cha abbiamo imparato che somministrare dolore agli altri è un esercizio inutile. Non ci credo alla legge di compensazione, nessuno riparerà le mie ferite.