Scritto da Tiziana Tafani

1. City. Camminavo da sola in una città sporca. Cumuli di macerie all’angolo di ogni strada ed uno sfiancante silenzio che ti faceva immaginare le stanze più remote di un’eternità simile all’inferno, di un inferno di sola solitudine. Le persone, o quel che di loro restava. E resta, si muovevano come ombre disarticolate, uno sciame attonito disimparato a parlare, erravano ogni giorno al suono di ritmi meccanici. Nelle informazioni che ogni giorno mi bombardavano, nella luce artificiale di quel posto dove lavoro di giorno e di notte, tanto è sempre uguale, ho scoperto che l’umanità parlava. Che non si limitava ad annuire o lasciare al vuoto del proprio sguardo. Ho scoperto che gli uomini si abbracciavano, una cosa che adesso tutti considerano ripugnante, non sono mai stata abituata al contatto e l’idea che qualcuno potesse anche solo sfiorarmi mi provocava una nausea prodigiosa, un senso di impotenza terrificante. Io mi chiamo Victoria, ho trenta anni, e non mi sono mai innamorata, di quell’amore che ogni tanto sfugge al rantolo delle macchine che ci collegano allo spazio da dove ci arrivano i comandi. Sismo rimasti in pochi, qui, sul pianeta, quelli che comandano se ne sono andati da tanto tempo, dicono. Quelli che comandano noi non li vediamo mai, a volte vorrei pensare che non esistano, tanto per sentirmi meno sola. E invece ogni giorno mi trovo incastrata nella solitudine dei prigionieri. Quelli che comandano noi non li vediamo mai, a volte vorrei pensare.

2. Bianco. Camminavo come ogni giorno vestita ostinatamente di bianco. Sono anni che mi vesto di questo colore, perché passo ancora più inosservata. Scivolo fuori da ogni anfratto e mi posso nascondere in me stessa. In un mondo sempre illuminato l’unica cosa che non vedi è il bianco. L’ho scelto apposta, come uno scudo, una difesa, un inganno a chi crede di poter capire chi sono, o dove sono. Non lo avevo mai visto prima di quel giorno, ma da quel giorno non ho potuto più dimenticarlo. Camminavo da sola in una città sporca. Mi è comparso davanti all’improvviso, non avevo calcolato con esattezza il tempo che mi separava dall’incontro con il suo corpo. Poi è successo che mi ha toccato. Me lo sono sentito venire contro con una forza sconosciuta, non mi ha neanche guardata, nessuno guarda mai nessuno, nemmeno lui. Deve avermi non vista, ne sono sicura. Ha continuato a camminare con la testa vuota di me, ed io ero già talmente piena di lui che ho sentito qualcosa che mi scoppiava in mezzo al petto, e non sapevo che nome dargli, a questa cosa. Mi aveva toccato, l’errore di quello spazio, il calcolo sbagliato che per un istante aveva unito i nostri corpi mi aveva lasciato più morta che viva. Avevo percepito il calore che emanava da lui, quello strano mistero, era così diverso da tutti noi. Sembrava capire i suoni, sembrava così davvero diverso da tutti noi. Poi ci ho pensato e ho messo insieme le parole: era un uomo antico.

3. L’attesa. Da quel giorno, ho incominciato ad aspettarlo. Lui passava ogni giorno, con quella sensazione di pensiero che si portava appresso. Non credo mi abbia mai notata. Non avrei del resto saputo a chi chiedere. Nessuno sembrava conoscerlo. Poi ho cominciato a seguirlo, perché solo aspettarlo era poco per la mia sete. Cercavo il contatto di quel corpo per ripetere all’infinito la sostanza della sua assenza. Ho cominciato a seguirlo, nella cupezza dell’ombra che lasciava e che mi separava da lui. Non lo conosceva nessuno, nessuno sapeva il suo nome, nessuno. Con il tempo delle mie attese ho potuto scoprire che scivolava da un edificio all’altro portandosi dietro un peso che gli era sgradevole. Un peso fisico che gli dava pensiero, che lo rendeva cupo, che gli appannava i lineamenti. Ho scoperto che quel peso aveva un nome, si chiamavano libri. Lui li portava con sé, mi hanno spiegato che era il suo lavoro. Ho smesso di cercarlo quando ho decodificato che la mia deflagrazione semplicemente si chiamava dolore. Io non avevo paura di lui. Avevo paura di soffrire perché non ero abituata a quei sentimenti; ho smesso di amarlo quel giorno, quel giorno ho capito di amare un uomo, per cui non ero Nessuno.

4. Io, Ulisse. Cercano di capire chi sono ed io non voglio ricordarmi che sono vivo. Mentre tutti dicono che sono morto. Sapere come sono morto. Non sono mai morto. Di me hanno scritto che, dopo il ritorno ad Itaca, ho aspettato che la vecchiaia mi sfinisse. Che l’inquietudine abbia avuto il sopravvento, ed io sia tornato a cercare l’inferno alle Colonne d’Ercole, io che dall’inferno ero tornato vivo per trovare la forza di andarci a morire. Che la crudeltà contro il mio stesso sangue mi abbia infine sconfitto e Telegono, il figlio mio e di Circe, mi abbia ucciso con la misteriosa naturalezza con cui io avevo ucciso lui ogni giorno, ignorandolo. Che Poseidone mi abbia concesso di cercare un popolo al mondo che non conoscesse il mare e la sua potenza e in quella terra, dopo aver piantato il remo della mia vita combattuta per mare, io abbia potuto finalmente incontrare la morte. Ma niente di tutto questo è vero. Io sono vivo. Sono vivo per volere degli dei che mi hanno, per indifferenza e non per punizione, concesso quanto chiedevo, non morire mai. Ho attraversato i mari, poi i continenti, poi i cieli. Ho conosciuto tutte le guerre. Ho seppellito tutti gli amori. E lì ho capito che la condanna non è morire, ma sopravvivere. Sono tornato indietro, ho ripercorso me stesso al contrario. Ci sono entrato dentro, dentro agli uomini fino a raggiungere quello che non ero stato in grado di comprendere, l’eroismo quotidiano dei vinti, la faccia trasparente della verità, la poesia che c’è in ogni sconfitta. Ho capito che ogni amore ti sbrana e ti lascia senza forze fin quando non ne incontri un altro e ricominci daccapo, immemore di te stesso, come se camminassi su uno specchio che non sei tu ma è solo quello che, di te, tu vedi. Ma poi anche tutto questo mi ha logorato, stare per l’eternità dentro me stesso senza possibilità di fuga perché sono io stesso, per me, vita e morte, libertà e galera. Perché non so più che farmene di niente, e nessuno sa più che farsene di me. Mi sono fermato. E adesso sto qui, sempre con lo stesso nome, che nessuno è più capace di ricordare. È il 3012, l’autunno ci piove una pioggia antica. Mi pagano per leggere libri fatti di carta.