Scritto da Tiziana Tafani

Lentamente sono tornata indietro e mi sono seduta sulle scale ghiacciate, perché se adesso non era più vero, se adesso anche quella parola era scappata via, qualcosa doveva essere accaduto. La scalinata del Palazzo delle Esposizioni mi accolse come un salotto natalizio, nel frastuono visivo di tutte quelle cacofoniche luminarie che sin da novembre, a me, cominciano a far saltare i nervi. La vetrina del negozio di fronte accolse la mia impronta senza pregiudizio, mi restituiva la forma ondulata di un vestito da sera viola e quella montagna di capelli rossi che l’umidità di dicembre, ogni anno per miracolo, quintuplica.
Che bella parola, libertà, è addirittura più bella di bellezza perché ha rapito in sé il senso di maestà che ha sottratto all’altra. È la regina delle parole.
Questo, prima. Adesso, che il mio cuore ha smesso da tempo di battere e si muove come gli pare, nell’armonia di un solfeggio che mi è incomprensibile, che è tutto suo – due in battere, tre in levare – ho perso la pazienza anche con lui e ho smesso di capirlo.
Adesso la libertà mi pare un marchingegno pesante da sopportare, e intollerabile da comprendere.
Non per colpa della libertà, ma per l’insidiosa capacità che essa possiede di cambiare forma e chiamarsi sempre con lo stesso nome, capacità che il dio della parola a questa sola parola ha voluto concedere. “È solo un’altra parola”, urlerebbe Janis Joplin.
Io ne canto moltissime di parole, alcune anche sgrammaticate, perché altrimenti il senso della rabbia si perde, e anche la rabbia ha un vocabolario tutto suo, che pochi conoscono.
Quella signora, seduta sulle scale del Palazzo delle Esposizioni, vedi, è padrona del suo tempo, porta un vestito elegante, ha trascorso una serata in compagnia, avrà festeggiato il Natale, è libera, è rossa.
Quella signora seduta sulle scale del Palazzo delle Esposizioni, vedi, sta perdendo tempo per non incontrare la sua casa e il mutismo di quelle mura, porta un vestito che non le sta bene, si è annoiata a qualche ricevimento natalizio, è triste, è rossa.
Lentamente mi sono alzata da quelle scale, iniziava a fare freddo, non aveva nessun senso continuare a diluire l’insofferenza in un tempo sospeso, stare lì ad aspettare che qualcosa arrivasse, per portarmi via o per lasciarmi lì, in quella maledetta sera del party natalizio, mentre tutti ancora ballavano nel palazzo illuminato a giorno; e nel buio della notte più nera mi sono alzata dalle scale, ho attraversato la strada.
La vetrina mi restituiva la trasparenza del mio corpo, decodificava il malessere, lo ricomponeva in un’immagine che ero io, la donna di quei giorni di scontento, a camminare per via nazionale, con la libertà attaccata al collo.