Scritto da Maddi Magnolia

La corsa, oltre a essere tra i cinque sport più antichi del mondo, rappresenta un’espressione umana universale. Dalle corse quotidiane di Seneca (che si allenava in compagnia del suo schiavo Fario il quale spesso si faceva superare prima dell'arrivo per accontentare il suo padrone), alle gare delle tribù amazzoniche dei Payacù (che organizzavano gare con ceppi di legno da un punto all'altro della foresta), agli inglesi che furono probabilmente i primi a registrare i tempi esatti nelle corse, la storia di questo sport può diventare un filtro per leggere quella dell'uomo, poiché è la rappresentazione delle sfide che quest’ultimo impronta con se stesso. Della corsa, è la maratona a costituirne la parte più nobile e dura. Un percorso che inizia dalle abitudini dell'Australopithecus ai corridori che sono diventati miti grazie alla "sisu", termine finlandese che si può tradurre in italiano con espressioni quali forza di volontà e determinazione, per finire alle gare che hanno lasciato un segno indelebile.
Dalla Maratona di Londra a quella di New York, si tratta della gara più lunga e faticosa che affascina così tanta gente che per comprenderla dobbiamo portare la memoria alla storia antica - precisamente al 490 a.C. - quando nella pianura di Maratona, vicino ad Atene, fu combattuta l'omonima grande battaglia tra i Persiani e gli Ateniesi. È stato un evento di quelli che ha cambiato la storia del mondo in quanto la prima importante vittoria degli europei sugli orientali. Pur essendo superiori numericamente, fu la corsa a determinarne la sconfitta. Vinta la battaglia, l'esercito ateniese tornò indietro con una marcia rapidissima di trentaquattro chilometri fino ad Atene. In questo contesto, si colloca la figura mitica dell'ateniese Fidìppide, messaggero capace di correre per un intero giorno, o addirittura più a lungo. Correre rappresentava il solo mezzo di comunicazione: in ricordo di Fidìppide e del grande scontro in cui i Greci sconfissero i Persiani praticamente al passo di corsa, è stata inserita la gara di Maratona nella prima Olimpiade dell'era moderna. Un tragitto di 42,195 km che è un rito e, in quanto tale, ripropone il senso della vita, dell'angoscia e della bellezza dello sport.
È per correre che ha vissuto un’atleta africana che bisognerebbe sempre ricordare: Samia Yusuf Omar, ultima di sei figli di una famiglia di lavoratori, rimasta orfana del padre e costretta a lasciare la scuola per occuparsi dei fratelli affinché sua madre potesse lavorare. La sua vita è stata un corsa. In un paese dominato dalla guerra, con le poche strutture sportive danneggiate o distrutte, Samia correva. Correva per le strade, con le maniche lunghe perché una donna atleta non era ben vista. Veniva fermata ai posti di blocco o subiva intimidazioni, solo perché correva. Alle Olimpiadi di Pechino in rappresentanza della Somalia voleva dimostrare, correndo, la sua dignità e quella del suo Paese. Samia, magrissima, arrivò ultima ma era felice perché aveva corso. Dopo Pechino, Samia continuò a ricevere minacce, negando pubblicamente il fatto di essere un’atleta. Ma lei correva, per vivere e sopravvivere. Trasferitasi in Etiopia, nella speranza di continuare a coltivare quel sogno, decise di intraprendere il viaggio più disperato, questa volta per correre lontano dalla fame e dalla guerra. Chissà se pensava a correre anche nell’ultima telefonata con la madre.

Samia Yusuf Omar è annegata il 2 aprile del 2012 al largo di Lampedusa, nel tentativo di raggiungere l’Occidente. Non ce l’ha fatta. Correre era per lei solo la voglia di credere ancora in un futuro migliore.