Scritto da Fabrizio Castellani

Quanto può essere grande un'opera a fumetti? Quanto visivamente preziosa, sceneggiata alla perfezione, ricca di significati nascosti e di condanne?
A questa domanda si potrebbe rispondere: tanto grande quanto lo è l'INCAL.
Sei volumi in sette anni, dal 1981 al 1988. Trecento e passa tavole. Dettagliatissime.
Alla fine degli anni settanta Jodorowsky e Moebius lavoravano a un mega adattamento per il grande schermo di Dune. Nei ritagli di tempo, nella loro fucina delle idee, sognavano, progettavano, discutevano. E quando il progetto Dune naufragò sotto il peso di costi proibitivi (ma d'altra parte che ti aspetti quando vuoi Jagger e Dalì tra gli interpreti e i Pink Floyd alla colonna sonora?), liberi da vincoli i due iniziarono a lavorare “seriamente” all'INCAL.
Ma che cos'è l'Incal? Diciamo che l'Incal (da pronunciarsi In-Call, la chiamata) è un manufatto alieno fatto a forma di piramide, dotato di enorme potere e di coscienza propria. Può parlare, trasmettere parte dei propri poteri a un ospite, interagire con l'ambiente esterno. Un oggetto di potenza inaudita, conteso tra diverse fazioni in lotta tra loro. In un futuro distopico governato dai media e dalla tecnologia. Ma anche dalla cieca devozione a certe forme mistiche e religiose.
Non è abbastanza per definire la grandiosità di un'opera?
Allora possiamo mettere anche una sceneggiatura dal tratto sudamericano (Jodorowsky, a dispetto del nome, è cileno) e curiosi personaggi di enorme spessore. Dal protagonista, il detective fallito Difool (da pronunciarsi The Fool, il matto) al suo animale da compagnia, un volatile di cemento. Poi abbiamo un cane antropomorfo, un killer infallibile, una Ofidità Suprema, due sorelle in lotta tra loro, dei nemici alieni e altri e altri.
Non basta?
E un dualismo mistico vogliamo farcelo mancare? Certo che no. Tutta l'opera è una enorme metafora del dualismo bene-male. All'Incal nero corrisponde un Incal della Luce, a quel che è in alto risponde ciò che è in basso e il tutto volge in una Quintessenza. Jodorowsky usa tutte le armi in suo possesso per mostrare i mutamenti, le differenze, le analogie. Gioca con i nomi, con i colori, con le forme. Usa padri e figli, sesso e religione, spazi aperti e smisurati ai quali si accede, magari, attraverso minuscoli portelli.
Senza farsi mancare una condanna del credo più cieco, sia esso nella religione o nella tecnologia.
Moebius alle matite, è per Jodorowsky un degnissimo compare (e vorrei vedere, se ci fossero le olimpiadi delle matite sarebbe sul podio in quasi tutte le specialità). Le tavole sono dettagliate a livello atomico, i colori saturi danno la giusta prospettiva di lettura, come se fosse necessaria una sottile (sottile?) vena di follia per apprezzare quello che scorre pagina dopo pagina. Prospettiva, anatomia, espressività, azione, impaginatura. Tutto meraviglioso, in una lenta, inesorabile discesa dal reale all'onirico. Folle, reale, enorme e minuscola.
Non a caso un'opera che, a livello visivo, ha influenzato tanto cinema, da Blade Runner a Minority Report, a Mad Max.
Mi rendo conto solo adesso che sono arrivato alla fine di questo invito e non ho detto praticamente niente della storia. Di come inizia con una caduta che appare mortale, di come si concluda con una caduta.
Nel mezzo tutto un universo da esplorare.
Da leggere.