Scritto da Tiziana Tafani

Io sono nata podalica in un giorno di piena estate, a mezzogiorno, l’ora dei re. Raccontano che la madre del Re Sole fu costretta a trattenere le doglie perché a giudizio degli astrologi di corte quella era l’ora più propizia per il futuro di un sovrano.
A me deve essere capitato qualcosa di paradossale, ma inverso. Nel senso che esiste un’ombra profonda nel mio spirito, come se la genetica che mi accompagna abbia dato ragione alla stagione del concepimento, l’autunno pieno, più che a quello dell’estate, di cui porto l’aspetto florido di quanti cedono al vizio della gola.
Non ho fatto niente di mirabile nella mia vita, forse perché non possedevo nessun talento specifico, ma tante piccole cose che hanno fatto di me l’ibrido infelice con cui mi trovo a che fare.
Sono per vocazione incline all’irrequietezza, non riesco a stare ferma ma detesto muovermi.
La mia vita è volata di corsa in una gimkana di errori che mi qualificano tra le più brave a prendere la strada sbagliata. Non per piangermi addosso, ma per onore di verità.
Ho sempre amato lo studio, ma questo non mi ha aiutata a trovare il mio posto nel mondo.
A volte credo di avere intrapreso un lavoro che con me non abbia niente a che fare.
Altre volte mi persuado che invece ho fatto bene a pormi di fronte alle regole del gioco.
Ho deciso di diventare madre, e forse solo questo mi è in un certo modo riuscito: ma anche qui, è presto per dirlo.
Non ho nessuna certezza. I passi che muovo sono instabili perimetri senza programma, che seguono regole che faccio fatica a seguire, perché per indole e per genetica le regole mi infastidiscono.
Credo di avere amato molto, al limite dello sperpero di me stessa, e di avere sbagliato con una ostinazione meccanica, che pago ogni giorno con la mia solitudine. Ho ancora troppa confusione in me per capire quello che sono, o che non sono.
La poesia, o quello che credevo di fare, è stata per me la forma più naturale di espressione. E vorrei che lo restasse. Ma sono troppo pigra per assecondare l’istinto, specie quando dietro l’istinto si disvelano pagine di sofferenza.
A ben guardare, ho tutto quello che chi nasce dalla parte sbagliata del mondo dovrebbe considerare di avere. Ma non mi è mai bastato.

 

A sé stesso

Che stai? già il secol l’orma ultima lascia;
dove del tempo son le leggi rotte
precipita, portando entro la notte
quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia.

Che se vita è l’error, l’ira, e l’ambascia,
troppo hai del viver tuo l’ore prodotte;
or meglio vivi, e con fatiche dotte
a chi diratti antico esempi lascia.

Figlio infelice, e disperato amante,
e senza patria, a tutti aspro e a te stesso,
giovine d’anni e rugoso in sembiante,

che stai? breve è la vita, e lunga è l’arte;
a chi altamente oprar non è concesso
fama tentino almen libere carte.

(Ugo Foscolo)