Scritto da Fabrizio Castellani

Quando Sclavi (troppo raramente) mette la sua firma su un'opera occorre prepararsi ad una lettura complessa, impegnativa.
Il papà di Dylan Dog non è, infatti, un autore facile. Storie contorte, suggestive, disturbate e disturbanti sono il suo pane, sia che lavori sui romanzi sia che giostri, con mestiere, nel magico mondo del fumetto.
Questa “Le Voci dell'Acqua”, uscita nel 2019 dopo diversi anni di silenzio, ha dentro tutto lo Sclavi che il lettore di comics conosce.
Il racconto, diviso in capitoli, narra un pezzetto di vita di un uomo solo, Stavros. Un protagonista perdente e perduto, confuso tra allucinazione e realtà, tra psicosi e voglia di umanità.
Stavros nelle prime pagine confessa al proprio neurologo (un neurologo, non uno psichiatra, non uno psicologo) di “sentire delle voci”. Non sempre, non in continuazione. Solo quando “scorre l'acqua”. E nelle pagine che seguono avremo modo di vedere che nella città di Stavros, tra flash e rimandi, tra salti e cambi di prospettiva, non smetterà mai di piovere.
Sclavi ci trascina così dietro ai passi stanchi di Stavros, dietro alle persone che incontra, al lavoro, a casa. In piazza tra la folla o nelle vie più malfamate e corrotte. Anche nei sogni, per poche pagine.
Ci lascia galleggiare faticosamente, ogni tanto manda un salvagente a cui aggrapparsi, poi di nuovo ci mostra davanti un altro, disturbante, vuoto. Maestro in questi salti, riempie il racconto di vuoto e di pieno dove il lettore potrà scegliere se galleggiare, appigliarsi e cercare un filo di salvezza oppure, semplicemente, lasciarsi affondare assieme al protagonista.
Non è una quiete anche il lasciarsi andare? Non è faticoso, troppo faticoso, cercare di restare a galla quando la speranza non è neanche all'orizzonte?
Domanda impegnativa, dura. Su cui riflettere.
In ogni episodio di questo breve Graphic Novel c'è qualcosa su cui riflettere.
L'alienazione sociale, la tristezza della solitudine, la distanza siderale tra la persona fisica e il suo sentire. In uno degli episodi Sclavi ci mostra il luogo di lavoro di Stavros, più simile alla batteria di un allevamento di polli che a un ufficio di assicurazioni, e la disumanità di impiegati e dirigenti dove la morte, in pieno stile Kafkiano, è trattata come un posto libero in più da comunicare all'ufficio competente. Un altro episodio racconta di un conoscente di Stavros che dopo aver(ci) raccontato del bellissimo momento di vita che sta attraversando, pieno di successi e novità, si spara un colpo di pistola alla tempia. Senza per questo perdere il sorriso. E ci sono gli alieni, atterrati tra la folla nell'indifferenza generale. Si va avanti così, con i temi noti di Scalvi. La Morte, la signora Morte, che prima o poi raggiunge tutti.
Werther dell'Edera, con un tratto finissimo declinato qui in una infinita digressione di grigio è ottimo per una storia disturbante come questa, sempre appesa tra sogno e realtà, senza alcun confine.
Vignette senza bordi, posture ingobbite, potenti obesi e tristezza ovunque. E acqua, tanta acqua che scorre. Sempre, anche nelle scene di interno. Fuori e dentro ai personaggi. Che in fondo, al novantanove per cento sono fatti d'acqua. E come si legge alla fine (che forse però è l'inizio) tutta quest'acqua da qualche parte dovrà pur andare a finire.
Un racconto interessante, ma non per tutti. Difficile da leggere ma allo stesso tempo invitante, seducente.
E poi è di Sclavi.
Ed è un fumetto.